di Vincenzo D’Anna*

Roma, 5 ottobre 2026 – È stato il grande filosofo italiano del ‘900 Emanuele Severino a trattare, con grande acume, il tema cruciale della vita moderna: quello della tecnologia e, in particolare, del legame che intercorre tra questa e la condizione socioculturale in cui versa l’umanità. La domanda di fondo consiste nel chiedersi perché, aumentando il progresso tecnologico e la capacità che la tecnica offre agli uomini di soddisfare i propri bisogni e realizzare i suoi progetti, l’umanità non si sia ancora affrancata dall’ignoranza. ? Come sia possibile che l’era della tecnologia e della scienza avanzata non coincida con un diffuso progresso culturale e che, paradossalmente, quanto più aumentano gli strumenti a disposizione dell’uomo, tanto più cresca la sua ignoranza di base, e diminuisca la sua autonoma conoscenza . È ormai diffuso il convincimento che l’ignoranza stessa dilaghi, che diventi manifesta e finanche tracotante, trovando la propria apoteosi nella comunità umana che, attraverso l’uso dei social e quindi della tecnologia, si connette e interloquisce con l’universo mondo. Cresce la presunzione di sapere, di poter dissertare su tutto lo scibile umano per il semplice fatto di potersi esprimere liberamente in una comunità telematica e interloquire con altri soggetti sparsi per il mondo e che si trovano nelle medesime condizioni. Un fenomeno che ha esaltato e collegato tra loro più ignoranti che sapienti e che, sulla base della preponderanza numerica della tipologia dei soggetti ignoranti, si formi e si indirizzi l’opinione pubblica, i decisori politici, la vita dell’intera comunità. Insomma, si è realizzato un percorso inverso a quello dei secoli passati, allorquando dalla bocca, dagli scritti e dalle opere dei sapienti la massa apprendeva e si acculturava. Un’inversione di direzione che consente a una massa di ignoranti di stabilire cosa sia moralmente più accettabile, politicamente più opportuno, esteticamente più pregevole, socialmente più auspicabile. Come questo sia potuto avvenire è lungi dall’essere completamente noto ed è complicato da analizzare, perché e’ difficile studiare tutti i fattori incidenti sul fenomeno. Tutto probabilmente parte dall’erroneo convincimento che il progresso tecnologico fosse di per sé sufficiente a garantire a chiunque la possibilità di parificarsi a coloro che sanno per aver studiato nelle varie discipline umanistiche oppure scientifiche, ossia nei diversi campi dello scibile. In sintesi, che i device messi a disposizione dalla tecnologia abbiano colmato ogni distanza ed equiparato ogni differenza tra coloro che sanno e coloro che ignorano, tra gli incliti ed i profani. Insomma, un’azione salvifica della tecnica, quasi demiurgica, del progresso capace di rappresentare una moderna pietra filosofale che trasformi il piombo in oro. Secondo Severino, le grandi forze ideologiche dell’Occidente hanno cercato di utilizzare la tecnologia come un semplice mezzo per raggiungere i propri fini: il profitto per il capitalismo, la salvezza per il cristianesimo, il benessere comune per la politica e la trasformazione livellatrice della società per il marxismo. La tecnica, dunque, nasce come strumento per raggiungere scopi specifici – vivere, produrre, difendersi – conquistare, ma che nel corso della Storia tende a trasformarsi nel fine fondamentale dell’agire umano, attraverso l’incremento indefinito della potenza. In parole povere, fin dall’antichità ai nostri giorni l’Uomo si è posto l’obiettivo di accrescere indefinitamente la propria capacità di munirsi di strumenti utili alle necessità di pace e, molto più spesso, di guerra: dagli specchi ustori che la tradizione attribuisce ad Archimede di Siracusa, passando per l’energia atomica, fino ai moderni droni ucraini. Per le necessità di pace sono prevalse gli strumenti e le macchine che agevolano la vita quotidiana, il lavoro e il benessere materiale: dalla clava all’arco e alle frecce, passando per la macchina a vapore, che dà impulso alla rivoluzione industriale, fino ai missili, ai satelliti e all’intelligenza artificiale. Per dirla tutta, l’umanità ha sempre sperato che la scienza e la tecnologia la soccorressero nelle proprie ambizioni di dominio e di benessere, senza soluzione di continuità. Tuttavia, ha sempre ritenuto che questo anelito fosse consustanziale all’aumento delle conoscenze e al miglioramento del genere umano, senza mai porsi alcun problema. L’unica questione che si è sempre posta con la tecnologia è stata quella di poterne avere il controllo, vigilando affinché le macchine non prendessero decisioni incontrollate e non riducessero il genere umano in una condizione di servitù volontaria e senza gioia. All’apice della moderna scienza comincia a porsi un altro problema: perché la massa degli uomini si sia progressivamente impoverita del proprio sapere. La risposta è semplice: perché non è essenziale ricevere risposte dalle macchine, quanto saper porre loro le domande più adeguate. Ossia, attingere dal proprio discernimento e dalla conoscenza, dalla cultura soggettiva degli uomini: quella che va terribilmente scomparendo.

*già parlamentare