di Vincenzo D’Anna*
Tanto tuonò che piovve e, come già accaduto in passato, il varo della legge elettorale mette a repentaglio il futuro del Governo, una specie di nemesi storica che pare debba colpire chi propone nuove le
norme elettorali. Non è la prima volta che un esecutivo propone modifiche al “sistema”, esponendosi all’accusa di volerlo fare per potersi avvantaggiare, introducendo qualche astuzia nelle nuove regole del gioco, salvo poi dover soccombere proprio a causa delle modifiche introdotte. Nel caso che oggi si prospetta, il rischio è che a capitolare, anticipatamente, sia proprio l’esecutivo, prima ancora che si tengano le elezioni politiche fissate per l’autunno del prossimo anno. Pare che il pomo della discordia risieda nell’introduzione delle preferenze, ossia in un proporzionale che assegni a ciascun partito un numero di seggi proporzionale ai voti ricevuti e che a occupare quei seggi parlamentari siano coloro che riportano il maggior numero di voti (e risultano quindi eletti). Ma in politica ciò che è reale è sempre razionale, ossia muove da una causa concreta che crea la difficoltà da affrontare. In parole povere, se Giorgia Meloni in primis e poi Forza Italia non avessero abbandonato la strada del maggioritario, con l’elezione dei parlamentari più votati entro un perimetro territoriale detto collegio elettorale, imbarcandosi verso un sistema proporzionale per accontentare gli alleati minori e la Lega, oggi non si porrebbe il problema delle preferenze. Meglio ancora se il maggioritario avesse permesso l’indicazione sulla scheda del leader della coalizione che, laddove vincente, sarebbe diventato Presidente del Consiglio, usufruendo anche del premio di maggioranza indicato in partenza. Un meccanismo semplice e veloce che assegnava agli elettori la scelta del candidato da eleggere, del primo ministro e del programma di governo, senza bisogno delle trattative e delle pastoie del dopo voto. E se proprio si volevano le preferenze, in ogni collegio ciascuna coalizione avrebbe potuto indicare una terna di nomi tra i quali l’elettore avrebbe potuto scegliere, oltre alle suddette possibilità. Introdurre il proporzionale significa non aggregare le forze omogenee in coalizioni, ma far prevalere la spinta identitaria di ciascuno, anche di quelli che valgono elettoralmente qualche decimale, un contesto frazionistico con la presenza di tanti partiti, quanto quelli in circolazione. Va parimenti detto con chiarezza che le preferenze aumentano a dismisura i costi della campagna elettorale per i candidati, a vantaggio dei più facoltosi economicamente; aumenta il compromesso tra candidato e gruppi di pressione che gli devono procurare la preferenza, legandolo in futuro anche a patti scellerati e al ritorno di utilità per chi abbia mosso la macchina delle preferenze in favore dell’eletto. Non si capisce perché questi timori, reali e concreti, che mossero l’opinione pubblica negli anni Novanta del secolo scorso in favore del maggioritario, auspice Mariotto Segni e una larga schiera di personalità di valore, politicamente eterogenea, si siano dissolti nel nulla. Perché oggi prevalga l’antitesi di quelle giuste riflessioni e si debba ritornare alle clientele e ai soldi da investire per procurarsi le preferenze. L’errore di partenza di Giorgia Meloni è aver abbandonato la linea maggioritaria e l’elezione diretta del premier; lo stesso vale per Forza Italia, che nel 1994 poté trionfare con Silvio Berlusconi proprio grazie al sistema maggioritario. Allo stesso modo Romano Prodi e l’Ulivo nella successiva tornata elettorale. Oggi si è giunti al bivio di pendere dalle labbra di Vannacci, il cui scopo, ossia quello del suo dante causa moscovita, è quello di mandare a casa il Governo che ha sposato senza se e senza ma la linea europea di sostegno all’Ucraina. Vannacci tende a spaccare il fronte del centrodestra, sperando di fagocitare quel che resta della Lega e quanto altro possibile accaparrarsi, sfruttando l’onda lunga della ultra destra europea. Assecondarlo con il proporzionale e con le preferenze può essere esiziale anche per Fratelli d’Italia in questa nuova versione proporzionale. Giorgia Meloni si trova a un bivio politico, a un crocevia nel quale può bruciare le buone cose che è riuscita a fare: la percentuale sale quando snatura la sua originaria vocazione maggioritaria, compromette la logica con la quale è arrivata dov’è, per mantenere in piedi quanto ha ottenuto. Se si farà ammaliare dalla conservazione dell’esistente, dall’imperativo che occorra mantenere la poltrona a tutti i costi, non farà un buon affare. Un leader di spessore può anche perdere il potere, ma non può rinunciare all’identità che ha declinato per anni. Tantomeno potrà aver paura delle ombre di quelli con i quali deve avere a che fare, solo perché, con il calar del sole, anche quelle dei nani sembrano lunghe.
*già parlamentare










