di Vincenzo D’Anna*

Fu Publio Cornelio Tacito, storico dell’antica Roma, nei suoi Annali, ad usare per primo la definizione “Arcana Imperii” per indicare l’arte del potere e i suoi segreti, la prassi del governare e le inconfessate astuzie utilizzate da coloro che lo detengono. Insondabili le cose che conviene non rivelare ai governati, che oggi vanno sotto il nome di “ragion di Stato”. Nei tempi dell’Urbe, secondo lo storico, l’astuzia frequentemente utilizzata era quella dei “tre mantelli”, ossia degli specifici paludamenti che il detentore del potere indossava per giustificare le proprie azioni innanzi al popolo ignaro. Il primo mantello era denominato Salus publica (la salute o sicurezza pubblica): aver agito per la salvaguardia del popolo. Il secondo, Bonum publicum (il bene pubblico): agire per il benessere collettivo dello Stato. Il terzo mantello, il più lacero e consunto per il frequentissimo utilizzo, era quello chiamato “Intentio” (le buone intenzioni). È quanto sovviene alla mente nel leggere il provvedimento di legge proposto dal Ministro Schillaci per disciplinare la gestione delle famigerate “liste di attesa”, ossia il tempo occorrente per un cittadino tra la richiesta di una prestazione specialistica ambulatoriale (non riguardante un ricovero ospedaliero) e l’esecuzione della medesima. Parliamo di uno dei nodi gordiani che finora non si è riusciti a dipanare nel Sistema Sanitario Nazionale. Sarebbe meglio dire: dalle singole Regioni, alle quali la scellerata riforma del Titolo V della Costituzione ha demandato l’organizzazione e la gestione degli apparati socio-sanitari, sottraendoli alla potestà dello Stato. Un atto di riforma che, in nome dell’autonomia e del decentramento di funzioni statali verso gli Enti regionali, ha trasformato la Sanità italiana nel vestito di Arlecchino. Un vestito fatto di tante toppe di diverso colore che ci ha consegnato una Sanità con diverse potenzialità ed efficienze, sostanzialmente legate alle disarmonie economiche, ossia al ragguardevole divario di efficienza sanitaria tra le regioni del Settentrione e quelle del Mezzogiorno. Che al Nord ci siano strutture e prestazioni sanitarie migliori e più disponibili è di palmare evidenza, con la conseguenza che le regioni più povere, non potendo erogare taluni prestazioni, utilizzano la mobilità passiva, ossia finiscono per contribuire a finanziare le più ricche, in ragione del fatto che le prestazioni erogate ai cittadini del Meridione vengono pagate dalle loro regioni. Sono centinaia di milioni di euro che affluiscono dal Sud al Nord. Insomma, si continua a fare parti eguali tra diseguali: la più grande delle ingiustizie. Tra la miriade di indici di peso e criteri utilizzati per determinare il riparto del Fondo sanitario nazionale non si tiene conto di quello essenziale: il divario di ricchezza esistente. La Lombardia, la regione più ricca, è anche quella più efficiente e lo si deve al fatto che non si applica il cosiddetto “bolscevismo sanitario”, cioè il monopolio statale delle strutture erogatrici di prestazioni sanitarie ambulatoriali, quelle delle liste di attesa, che, inoltre, cancella il principio di libera scelta del cittadino di scegliersi il sanitario e il luogo di cura. In Lombardia la Regione funge da Ente terzo rispetto alle strutture pubbliche sia a gestione statale sia quelle accreditate, che pure svolgono un identico servizio pubblico. Quest’ultimo è definibile come accessibile a tutti e gratuito per coloro che ne hanno diritto e non va confuso, come talune forze politiche fanno, con il monopolio statale delle strutture stesse. La teoria, tanto cara agli adoratori dello Stato, secondo cui in un sistema finanziato dallo Stato non ci possano essere attività lucrative è una smaccata menzogna, perché, se è sacro il salario (strutture statali), deve esserlo il giusto ed onesto ricavo per chi deve pagare stipendi a decine di migliaia di lavoratori non statali, oltre che avere risorse per ammodernare ed aggiornare le strutture. Per paradosso, senza la rete accreditata, che non ha liste di attesa come quelle del cosiddetto servizio pubblico, alias statale, queste sarebbero ancora più lunghe. Schillaci è certo un valente uomo di scienza, non un politico, e quindi non affronta né risolve nessuno dei due problemi che creano le liste d’attesa, perché opera a valle di essi. Il Ministro, nella legge, prevede un CUP (Centro Unico di Prenotazione) nazionale; il divieto di chiudere le agende di prenotazione; l’obbligo di tenere aperte le prenotazioni anche sabato e domenica. Ma ribadisce la discriminazione esistente che impone il monopolio statale come prioritario. Se il pubblico non rispetta i tempi della classe di priorità stabilita per le prestazioni, l’ASL deve mandare io paziente in intramoenia (ancora pubblico) e solo alla fine al servizio pubblico garantito dal privato accreditato, ancorché senza costi extra oltre il ticket. Insomma, la norma non risolve alcuno dei problemi di base, si muove nella vecchia logica statalista e il Ministro indossa, purtroppo e suo malgrado, il più lacero dei mantelli: quello delle buone intenzioni.

*già parlamentare