di Vincenzo D’Anna*
Roma, 10 ottobre 2026 – La Camera dei deputati ha approvato, con voto a scrutinio segreto e in via definitiva, la nuova legge elettorale. La maggioranza di governo ha tenuto e non ci sono stati franchi tiratori per sabotare la legge, come si temeva nel centrodestra e come si auspicava nel centrosinistra. Si pone così fine a un percorso lungo e travagliato, che ha richiesto l’apposizione, da parte del governo, di ben tre voti di fiducia. Per Giorgia Meloni e la sua maggioranza, un altro punto del programma realizzato, ancorché questa legge, a parere di chi scrive, non resterà scolpita nel marmo tra le cose memorabili e meritevoli di particolare encomio. La legge, come di consueto, è stata battezzata con una denominazione in latino e passerà negli annali delle leggi elettorali con il nome di “Stabilicum”, ossia una legge che favorisce la stabilità politica e la durata dei governi. E tuttavia c’è da temere che stabilità e governabilità possano essere intese più come un’aspirazione che come una certezza. Le leggi elettorali si basano sui numeri e sulle modalità che determinano la trasformazione dei voti in seggi parlamentari. I numeri sono fatti e, come tali, diventano opinioni testarde, non controvertibili né con la facondia verbale né tantomeno con le buone intenzioni. Dopo Mattarellum, Porcellum, Italicum e Rosatellum, leggi elettorali a impronta maggioritaria, ecco ora una norma che è sostanzialmente di tipo proporzionale e che accantona definitivamente la caratteristica elettorale che ha contraddistinto la geografia parlamentare della cosiddetta Seconda Repubblica. Si tratta della quinta tipologia elettorale in poco più di vent’anni, che riporta la politica nel Belpaese nel pantano della partitocrazia, delle intese postelettorali, della conta dei decimali e della reviviscenza dei “cespugli”, ossia dei piccoli partiti, ciascuno dei quali dovrà gestire la propria, pur piccola, dote di consenso come addendo della somma aritmetica che concorre a formare la maggioranza parlamentare. Un ritorno al frazionismo, alla rivalutazione delle singole identità politiche e non più delle vaste aggregazioni tra movimenti omologhi, che realizzavano invece la democrazia dell’alternanza in un quadro politico semplificato, composto perlopiù da pochi aggregati omogenei, con proposte programmatiche identificabili e alternative a quelle dello schieramento contrapposto. Gettata alle ortiche tutta la filosofia della stagione referendaria che, negli anni Novanta del secolo scorso, entusiasmò l’Italia e gli italiani, portandoli a scegliere direttamente sindaci, presidenti di provincia e di regione, nonché la coalizione di governo con il suo programma e il primo ministro, identificato nella persona del leader della coalizione vincente. Un risultato chiaro e immediato nel post-voto, che aboliva le camarille, gli accordi di corridoio e le estenuanti trattative tra una miriade di pretendenti. Tutto questo in nome delle preferenze, ossia della possibilità per l’elettore di scegliere il candidato da eleggere, perdendo però quella di scegliere la maggioranza di governo, il programma e il primo ministro. Non penso che il cambio di opzioni si rivelerà favorevole all’elettore, al tasso di democrazia vigente né agli stessi candidati, le cui campagne elettorali basate sulle preferenze avranno costi elevati e saranno soggette ai compromessi e ai condizionamenti tra i portatori di preferenze e i destinatari delle medesime. Il compromesso tra elettori ed eletti, dettato dalla necessità di accaparrarsi preferenze, fu considerato un elemento predisponente ai fenomeni di corruzione. Si scelse quindi il sistema maggioritario come deterrente a tale stato di cose. Per anni si è insistito sul fatto che con le preferenze sceglie l’elettore, non i capi partito, come se con il proporzionale non fossero gli stessi capi partito a comporre le liste, per di più avendo alle spalle simulacri di partito, ridotti a ditte personalizzate, non scalabili e privi di qualsiasi forma di selezione democratica interna. C’è però un premio di maggioranza, qualora un partito o una coalizione raggiunga il 42 per cento dei voti sia alla Camera sia al Senato. Una condizione ardua da realizzare. Il premio consiste in 70 deputati e 35 senatori, per complessivi 105 seggi. Il capolista resterà bloccato, cioè scelto direttamente dal partito. Secondo le stime, circa il 43 per cento dei parlamentari potrebbe essere eletto attraverso le preferenze. In pratica, meno di un parlamentare su due potrà essere scelto direttamente dai cittadini, e non mi sembra una grande conquista! Sono confermate le soglie di sbarramento: il 3 per cento per le singole liste e il 10 per cento per le coalizioni. Insomma si va verso una terza repubblica che somiglia molto alla prima. Alla fine, stabilità e governabilità sono metà reali e metà immaginarie: narrazioni mitologiche delle quali occorrerà valutare l’esistenza, come avveniva nei secoli passati per i centauri e gli unicorni.
*già parlamentare










