di Vincenzo D’Anna*
Roma, 11 ottobre 2026 – L’aneddotica politica ci riporta l’ironia con la quale Winston Churchill commentò la propria sconfitta nelle elezioni politiche tenutesi in Inghilterra nel 1945, subito dopo che il Regno Unito era uscito vincitore dalla Seconda guerra mondiale proprio sotto la sua guida. “Un grande popolo come quello britannico ha diritto anche all’ingratitudine”, commentò l’oramai ex premier, l’uomo che aveva sfidato e poi contribuito a sconfiggere il nazismo. Memorabili le sue parole del 1940, nel famoso discorso dinanzi al Parlamento inglese, quando l’Europa sembrava irrimediabilmente battuta: “We shall never surrender” (“Non ci arrenderemo mai”). Eppure, a guerra finita, gli inglesi avevano votato per il leader del partito laburista, Clement Attlee. Sir Winston, con sarcastica flemma, dichiarò: “Stamani una macchina vuota si è fermata innanzi al n. 10 di Downing Street, sede e residenza del primo ministro; ne è disceso Clement Attlee”. Insomma, sir Winston accettò e rispettò senza recriminazioni l’ingrato verdetto del proprio popolo, pur ritenendo il successore inconsistente e inadeguato al compito di guidare il governo. Se negli Stati Uniti d’America, alle prossime elezioni, verrà eletto un successore di Donald Trump, questi potrà parafrasare Churchill, affermando di accingersi a entrare in una casa politicamente vuota: la Casa Bianca. Il popolo americano, invece, quel giorno dovrebbe festeggiare fino a renderlo memorabile, perché si sarà liberato non di un governante illuminato, di un uomo degno dei tanti presidenti che fecero degli Usa la patria del “sogno americano”, dell’accoglienza ai migranti, della prosperità economica e del culto della libertà, il baluardo della democrazia e del diritto, l’ostello e il sogno dei perseguitati e degli esuli di tutto il mondo. Gli americani non dovrebbero provare alcun rimorso per la sua sconfitta elettorale, né nutrire per lui l’imperitura gratitudine che gli inglesi riservano a Churchill, al quale hanno comunque eretto imponenti statue in bronzo, anche a Westminster. Il leader conservatore inglese portò la propria nazione agli onori della Storia e all’ammirazione del mondo libero, mentre il “Tycoon” pare additare alla vergogna e all’ignominia la patria degli uomini liberi e la terra dei coraggiosi. Il miliardario newyorkese non ha vinto guerre, ma in compenso ne ha alimentate in più parti del mondo. Non ha rinsaldato, bensì deteriorato, gli antichi legami con le nazioni alleate, depauperando la fiducia e la simpatia degli uomini liberi verso il Paese che ha varato la prima Costituzione scritta di un paese moderno. Ha deliberatamente piegato la politica estera americana agli interessi economici e commerciali più spiccioli, imposto dazi e reclamato dall’Ucraina compensi in risorse naturali per l’aiuto concesso contro chi l’aveva aggredita. Per analoghi interessi, ha aggredito il Venezuela, contribuendo alla caduta del regime di Nicolás Maduro, che aveva ridotto il Paese in povertà, lasciando intatta la nomenclatura del regime comunista, senza assicurare una reale svolta politica. Ha provocato una crisi petrolifera con la guerra a intermittenza contro gli ayatollah iraniani e il blocco dello Stretto di Hormuz, per poi lasciare sostanzialmente le cose come stavano. Ha accampato pretese sul Canada e la Groenlandia, ribattezzando “ad nutum” intere aree geografiche col piglio del megalomane. Mancava nel suo pedigree il tradimento, accompagnato dal più sfacciato cinismo nei confronti del popolo ucraino: l’intesa con il dittatore che regna al Cremlino per approvvigionarsi di petrolio, dopo aver già messo le mani sui giacimenti petroliferi di Caracas. Tutto questo ad opera di colui che è a capo di una nazione più che autosufficiente sul piano energetico, con petrolio e gas da vendere. Il tutto per assecondare la pancia dei propri elettori, la parte più becera di quel popolo. “America First” è il motto di The Donald, e questo vale anche per chi massacra il popolo ucraino, pur di risparmiare qualche centesimo sul prezzo del gasolio: non più di questo, infatti, sarebbe il vantaggio concreto per gli americani. È pur vero che l’Europa non ne trarrebbe altrettanto vantaggio, ma non è questo il punto: finché alla Casa Bianca siederà un affarista e non un uomo di Stato, il Vecchio Continente dovrà fare da solo in ogni ambito politico ed economico. Trump non ha tradito soltanto gli ucraini, ma anche tutte le nazioni europee che hanno decretato sanzioni contro la Russia per indebolirla economicamente e poi militarmente. Ha chiesto, senza un minimo di pudore, le dimissioni di Zelensky, non quelle del dittatore Putin, perché il governo ucraino non intende capitolare. Ha accusato gli aggrediti di bombardare le raffinerie russe, mentre gli aggressori bombardano civili abitazioni, ospedali e scuole. Dinanzi a qualche centesimo di guadagno non contano né i morti né le sofferenze di un intero popolo. A questo destino sarebbero ridotti tutti i leader europei, se ne ricorressero le condizioni e tutti i suoi abitanti. Anche quelli del Campo largo, che ci dicono che armarsi è uno spreco di denaro: quelli che hanno l’identica stupidità politica e il medesimo cinismo, il calcolo politico del cortile domestico, come quello dell’affarista di Washington.
*già parlamentare










