di Vincenzo D’Anna*

Roma, 28 luglio 2026 – Un’altra estate volge al suo culmine: caldo torrido, spiagge affollate e prezzi alle stelle per chi vuol trovare refrigerio tra le onde. I nostri governanti continuano a tentennare su come applicare la direttiva Bolkestein, varata dalla Ue vent’anni fa e recepita dall’Italia con il D.L. 131/2024, riguardante le concessioni balneari. Quest’ultimo, in buona sostanza, ha definito criteri di carattere generale e prorogato le concessioni vigenti fino al settembre 2027 e, in alcuni casi, al marzo 2028. Tra i criteri stabiliti figurano una durata delle concessioni compresa tra cinque e venti anni e un indennizzo per i precedenti titolari che non dovessero aggiudicarsi la gara, limitatamente agli investimenti effettuati e ai beni non ancora fiscalmente ammortizzati. Tuttavia, mancando ancora il decreto attuativo della legge delega, i Comuni non possono indire le gare. Inutile dire che tutte le associazioni di categoria contestano tale modalità di assegnazione delle spiagge, pur essendo garantito il libero accesso e l’utilizzo della battigia per cinque metri. Una deroga è prevista per gli arenili gestiti da alberghi e resort. Diversi pronunciamenti dei tribunali amministrativi sollecitano il legislatore a non concedere ulteriori proroghe e a dare piena attuazione alla normativa europea. Le gare avranno la forma dell’appalto-concorso: non sarà valutata soltanto l’offerta economica, ma anche la qualità dei servizi accessori offerti all’utenza, compresa la sicurezza dei bagnanti. Esiste però un fattore decisivo che non dipende dall’offerta dei concorrenti: la balneabilità delle acque. Un mare inquinato rende vana qualsiasi proposta del gestore, perché tale condizione dipende dai Comuni e dalle Regioni, dalla presenza di scarichi civili e industriali, dalla carenza di depuratori efficienti e dai fiumi che riversano in mare il loro carico di inquinanti. In questo caso la questione esorbita dalla gestione della spiaggia e investe la tutela ambientale, la salvaguardia e il monitoraggio delle acque. Per comprenderlo basta recarsi sul litorale flegreo, nel tratto che va da Pozzuoli a Baia Domizia, dove decine di lidi attrezzatissimi sono interdetti alla balneazione: cattedrali nel deserto di un mare inquinato, compensate soltanto da piscine, solarium e servizi vari. L’incuria degli enti interessati e della Regione Campania, che gestisce i depuratori di Cuma con una spesa annuale milionaria e tramite una società in house, non riesce a garantire un mare pulito. Lo stesso vale per i Regi Lagni, opera di epoca borbonica, nei quali confluiscono gran parte delle acque reflue dei paesi casertani, destinatari di ingenti finanziamenti per opere di canalizzazione e adeguamento, e per il Sarno, il fiume più inquinato d’Italia, nel quale sversano i popolosi comuni dell’agro nocerino-sarnese. Una montagna di denaro dissipata in oltre mezzo secolo senza risultati. Nella “Terra dei Fuochi” le acque restano inquinate e manca ancora un piano realmente risolutivo. Se la nostra gente non fosse così prona e spesso pavida, da tempo avrebbe dovuto insorgere. Migliaia di cittadini che vivono di fronte al mare possono soltanto ammirarlo. Ai danni derivanti dall’ecotossicità e dall’inquinamento della filiera agroalimentare si aggiunge quello turistico: territori di straordinaria bellezza ridotti a semplici cartoline, incapaci di rappresentare un volano di sviluppo. Eppure su quei litorali gli imperatori romani costruivano le loro dimore, come testimoniano le vestigia monumentali che l’uomo moderno ha trasformato nel simbolo del degrado. E la gente tace, accettando pratiche clientelari, abusi edilizi, depuratori inefficienti e il saccheggio del territorio: il risultato della disonestà e dell’incapacità di amministratori scelti liberamente, troppo spesso da clienti anziché da elettori. In questo contesto non c’entra il divario storico tra Nord e Sud, bensì quel “familismo amorale” che orienta il comportamento di cittadini incapaci di rivendicare i propri diritti e di cambiare le cose. I prezzi vertiginosi per accedere a spiagge e mari puliti sono anche il frutto di queste concause sociali. Aristotele sosteneva che il destino di un uomo risiede nel suo carattere. Io aggiungo che risiede anche nella consapevolezza dei propri diritti e nella volontà di pretenderne il rispetto da chi governa. In fondo il liberalismo, nella sua essenza più autentica, consiste proprio nel contrastare gli abusi del potere costituito. Nel mondo civilizzato, che in certi territori é ancora un miraggio.

*già parlamentare