di Vincenzo D’Anna*
Roma, 7 ottobre 2026 – L’attacco dell’ex pubblico ministero e procuratore generale Roberto Scarpinato, per anni nel pool antimafia di Palermo, al giovane magistrato Santi Bologna, gip presso il tribunale di Caltanissetta ed estensore del provvedimento di oltre seicento pagine sulla vicenda mafia-appalti, è un segnale più che eloquente di come ci sia chi predichi il sublime per poi praticare il mediocre quando viene personalmente coinvolto in un’indagine giudiziaria. Parimenti eloquente appare, in questa circostanza, il silenzio dell’Anm, l’Associazione nazionale magistrati, che non proferisce parola sulla vicenda di bullismo istituzionale e di tracotanza del potere politico quando questi si manifestano per il tramite di un ex pezzo da novanta dell’ordine giudiziario. Tranne la solidarietà arrivata a Bologna dalla Consulta dei giovani di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe, tutto tace. E tace anche la corrente più agguerrita e politicizzata: quella di Magistratura democratica, il gruppo, per intenderci, che annovera quei giudici che hanno piegato la giurisdizione a finalità politiche e sociali del tutto estranee alle competenze di chi inquisisce e processa i privati cittadini. Eppure Md invita regolarmente politici e sindacalisti di sinistra ai propri congressi, di tutto si impiccia e su tutto ha qualcosa da contestare, nell’ambito di un’estensiva e pervasiva visione del proprio ruolo; oggi, invece, che pure sarebbe chiamata a tutelare un appartenente all’ordine giudiziario , resta rigorosamente in silenzio!! Si dirà che questa non sia una novità nel panorama della disastrata condizione nella quale versa la giustizia nel Belpaese, che il popolo sovrano si è espresso negativamente sul referendum per modificare l’ordinamento della magistratura, separare le carriere, istituire due CSM e superare il correntismo attraverso il sorteggio dei componenti. Ed è certo vero che il popolo in Italia soffre di una idiosincrasia verso le riforme e che ogni referendum si trasforma in un’ordalia tra guelfi e ghibellini e contro il governo in carica. E tuttavia il buco è troppo grande per metterci la pezza della noncuranza e farlo passare sotto silenzio. Secondo Scarpinato, paladino della legge e per anni sostenitore della falsa pista del Papello, l’intesa tra Stato e mafia, oggi il giovane Gip nisseno contesta una condotta «depistante» ed addirittura il mendacio, nel descrivere i colloqui intercorsi tra lo stesso Scarpinato e Gioacchino Natoli, altro magistrato del pool antimafia di Palermo. Scarpinato ha reagito definendo «gravemente falsa» l’accusa e sostenendo di aver semplicemente invitato Natoli a riferire in Commissione una circostanza che lui stesso gli aveva raccontato. Tuttavia, il colloquio tra i due fu registrato dagli inquirenti e ha evidenziato come i due si accordassero sulle domande e sulle risposte da dare alla Commissione parlamentare. Insomma, Scarpinato avrebbe imbeccato l’ex collega, violando sia la riservatezza alla quale è tenuto un parlamentare componente della Commissione antimafia, sia, come ex togato, il dovere di non orientare un testimone sulla sua deposizione. Peraltro, Natoli all’epoca dei fatti era indagato dalla procura di Caltanissetta, insieme a Giuseppe Pignatone, ex procuratore e presidente del tribunale di Roma, per i rapporti intrattenuti con gli imprenditori Antonino Buscemi e Francesco Bonura, coinvolti proprio nell’inchiesta mafia-appalti. Il procedimento riguardante la gestione di quel filone fu archiviato nel 1992, in una vicenda sulla quale si è successivamente concentrata l’attenzione per il possibile interesse di Paolo Borsellino reso ignaro dell’archiviazione disposta dai suoi colleghi. Insomma, e’ prevalsa la solidarietà sottobanco tra ex pubblici ministeri, quegli stessi che invitano tutti i giorni le Camere ad adottare norme più stringenti per combattere le cosche e che fecero carte false perché il governo di centrosinistra adottasse la legge sul famigerato reato di traffico di influenze. Secondo un’ipotesi molto fondata, che circola interna corporis negli ambienti giudiziari in queste ore, dietro il silenzio dell’Anm ci sarebbero le prossime elezioni per il rinnovo dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. Una fase politicamente delicata anche per possibili intese tra le correnti e per gli equilibri futuri dell’organo che decide sui magistrati e sulle loro carriere. Quando un politico di centrodestra si permette anche solo di dissentire sull’operato di un magistrato, l’Anm insorge e ribadisce la difesa della propria indipendenza e autonomia. Eppure un ex magistrato, oggi senatore della Repubblica, ha accusato di falso un altro magistrato, si è cioè difeso cioè “dal” processo e non “nel” processo, come si era soliti dire ai tempi di Silvio Berlusconi quando si accusava il Cavaliere di dileggiare la magistratura, di voler evitare il giudizio sul proprio operato e, con lui, anche buona parte dei politici inquisiti. La vita cambia allorquando muta la prospettiva esistenziale. E’ proprio vero che ai “Torquemada” di un tempo non piace sedere sul banco degli imputati, piace solo il pulpito e lo scudo che li rende irresponsabili dei loro errori.
*già parlamentare










