di Vincenzo D’Anna*

La strage di via D’Amelio, a Palermo, del 19 luglio 1992, nella quale con un’autobomba furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, sembra avviarsi verso un nuovo capitolo dell’oblio giudiziario, dopo 34 anni di indagini, inchieste e processi. Un pesante macigno cala sulla memoria di quelle vittime, servitori dello Stato e combattenti contro la criminalità mafiosa. A determinarlo è il decreto di archiviazione firmato dal gip di Caltanissetta Santi Bologna il 3 ottobre 2026, nell’ambito del procedimento contro ignoti che esaminava il rapporto tra la pista “mafia-appalti” e le stragi mafiose. Il provvedimento, di oltre 600 pagine, accoglie la richiesta della Procura nissena: gli elementi raccolti non consentono di individuare soggetti da iscrivere né di formulare una ragionevole previsione di condanna. E tuttavia il decreto ribadisce l’importanza della pista mafia-appalti e del rapporto redatto dal Ros dei carabinieri, ritenuto di eccezionale rilievo investigativo. Il gip sottolinea inoltre il clima ostile ed emarginante nel quale Falcone e Borsellino operarono all’interno della Procura di Palermo tra il 1990 e il 1992, senza però individuare elementi probatori sufficienti per attribuire a magistrati o esponenti politico-imprenditoriali una responsabilità nelle stragi. Insomma, molte delle ricostruzioni processuali fondate sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia non risultano sufficienti a spiegare giudiziariamente quegli attentati. La pista mafia-appalti torna così al centro dell’attenzione, non come verità giudiziariamente accertata, ma come possibile chiave di lettura del contesto nel quale maturò l’eliminazione di Borsellino e, prima di lui, di Giovanni Falcone nella strage di Capaci. Secondo il gip, i due togati furono sostanzialmente isolati all’interno della Procura, mentre emerge una distanza profonda tra il loro impegno investigativo e quello di altri magistrati dell’epoca. Al centro vi sono anche le vicende relative agli imprenditori Antonino e Salvatore Buscemi, ritenuti vicini a Cosa Nostra e collegati ad ambienti del gruppo Ferruzzi, e le contestazioni mosse negli ultimi anni agli ex magistrati Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli e all’ex generale della Guardia di finanza Stefano Screpanti. Su questo secondo filone, però, occorre essere precisi: il gip ha dichiarato prescritto il reato di favoreggiamento aggravato contestato a Pignatone, Natoli e Screpanti, mentre ha archiviato per mancanza di dolo l’accusa di calunnia contestata a Natoli. La prescrizione, dunque, non equivale a un accertamento di innocenza nel merito delle contestazioni. Resta poi la vicenda dell’agenda rossa di Borsellino, scomparsa dopo la strage e mai ritrovata. Arnaldo La Barbera, allora dirigente della Squadra mobile di Palermo, fu coinvolto nelle indagini sul depistaggio costruito attorno al falso pentito Vincenzo Scarantino. Un appunto del 20 luglio 1992, emerso negli ultimi anni, riferisce della consegna a Giovanni Tinebra, allora procuratore di Caltanissetta, di una borsa e di un’agenda appartenute a Borsellino: l’agenda, tuttavia, non è stata ritrovata. E poi c’è il rapporto con Pietro Giammanco, allora procuratore capo di Palermo. Carmelo Canale, storico collaboratore di Borsellino, ha recentemente riferito che il magistrato, poco prima di morire, gli disse di essere vicino ad arrestare Giammanco. È un elemento testimoniale importante, ma resta tale e non può essere trasformato in una verità giudiziaria. Il quadro che emerge è dunque quello di una serie di vicende mai completamente chiarite: il dossier mafia-appalti, i rapporti tra mafia e grandi interessi economici, le contestazioni sull’operato di alcuni magistrati, il depistaggio Scarantino, l’agenda rossa e le diverse ipotesi sui mandanti esterni. La stessa Procura di Caltanissetta ha precisato che l’archiviazione del filone mafia-appalti non pregiudica gli altri accertamenti ancora aperti sulle stragi, sull’agenda e sui possibili mandanti esterni. Resta allora una domanda tutta politica, oltre che giudiziaria: non ci voleva il bernoccolo di Sherlock Holmes per collegare le cose, per andare in altra direzione investigativa. Ma il pregiudizio politico ebbe la meglio magistrato come i PM Ingroia e Scarpinato poi digeriti politici collocati a Sinistra, lo stesso Natoli che aveva archiviato anzi tempo l’inchiesta Mafia – Appalti con Pignatone sugli intenditori Buscemi preferirono “ mascariate” Andreotti, Mannino, Napolitano, Mancino, Berlusconi, Dell’Utri, Lombardo, i generali del Ros Mori e Del Donno per avere notorietà e credito in un determinato ambito politico e parlamentare. Scelsero di credere al falso pentimento di Massimo Ciancimino sul ancor più falso “ Papello”, l’intesa tra Stato e Mafia, per processare un intera classe dirigente, il potere loro inviso. Per anni i giornali, ed i politici di Sinistra hanno seguito letture distorte, talvolta trasformando le indagini sulle stragi in uno scontro politico. A fallimento decretato tutti tacciono sia i politici che i gazzettieri compiacenti, i moralisti delle inchieste televisive come, Travaglio, Santoro, Gabanelli, Ranucci, Floris, Gruber, quelli dei talk show dati in pasto ai militanti loro entusiasti correligionari.

*già parlamentare