di Vincenzo D’Anna*
Roma, 3 ottobre 2026 – Ci sono prodotti alimentari apprezzati e consumati in tutto il mondo, leccornie e prelibatezze che esorbitano i confini della nazione ove vengono “sfornati”, diventando alimenti presenti sulla buona tavola di tutti. Rimanendo nel campo delle derrate alimentari italiane potremmo citare, ad esempio, il Parmigiano, la Pizza, gli Spaghetti; lo stesso avviene per i prodotti tipici di altre nazioni, come lo Champagne per i francesi e il formaggio con i buchi, ossia la “Gruviera”, per gli Svizzeri. E di questi ultimi vogliamo occuparci per dare una notizia poco nota al grande pubblico: quella del referendum che si è svolto nella nazione d’oltralpe, famosa per le banche, gli orologi e la vocazione alla pace e alla neutralità politica internazionale. Il referendum, tenutosi il 27 settembre scorso, verteva sulla proposta di varare una norma “per un’alimentazione sicura”, ossia portare il paese elvetico all’autosufficienza alimentare, dal 46% attuale ad almeno il 70% entro 10 anni. La proposta referendaria è stata bocciata con il 72% dei voti in tutti i Cantoni. La proposta, nata da settori imprenditoriali locali, era sostenuta in ambienti politici che potremmo definire “sovranisti”, ossia da coloro che intendono indirizzare il governo federale verso politiche autarchiche, che valorizzino quello che la nazione produce in sostituzione dei prodotti importati e come tali invasivi sul mercato interno. Insomma, l’autosufficienza alimentare è un regime che si può ottenere solo imponendo ai connazionali gusti e preferenze sulla base non del prodotto desiderato, ma dell’originaria manifattura del medesimo. Insomma, un prodotto svizzero è da preferire a quello proveniente da un’altra nazione. Una siffatta impostazione ha due gravi difetti: quello di limitare le scelte dei consumatori e quello di esaltare caratteristiche che non hanno niente a che vedere con i requisiti di bontà, salubrità e sicurezza alimentare di quanto arriva sulle tavole della gente, onde poter far prevalere quello che lo Stato decide vi debba arrivare. Una distorsione del mercato di libera concorrenza, che equivale a imporre surrettizie limitazioni che hanno lo stesso valore dei dazi sulle merci provenienti dall’estero. Ma ancor più grave della distorsione delle regole dell’economia si appalesa la volontà di determinare un orientamento forzoso delle scelte, dei gusti e delle convenienze del consumatore, che interferisce col rispetto della libertà di poter scegliere. Sembrano aspetti marginali del vivere quotidiano, ma non lo sono affatto, perché, caduto il principio della libera scelta e dell’autonomo esercizio di farlo senza alcuna interferenza, ne cadranno altri in avvenire. Un tacito assenso affinché il Governo possa imporre una sorta di “diktat alimentare” ai singoli e alle famiglie. Continuando nel ragionamento, si giunge facilmente a ulteriori e più ampie considerazioni sul rapporto tra Stato e cittadini e tra le nazioni stesse. Benjamin Constant, economista e politico svizzero dell’800, affermava che “sulle frontiere ove non passano le merci passano i cannoni”, ossia che un mercato di libero scambio, basato sulla reciprocità delle convenienze economiche e delle libertà di scelta dei cittadini, vige in uno Stato che rispetti le libertà e sia incline alla pace e alla collaborazione, non alla guerra e al predominio. Un monito che oggi ci appare ancora di grande attualità, essendo buona parte delle guerre in atto nel mondo originate da interessi commerciali e dalla necessità di approvvigionarsi di materie prime. La piccola Svizzera ragiona come la grande America, come la sconfinata Cina: la prima coi suoi dazi protezionistici, la seconda che in Afghanistan sostiene i Talebani per potersi rifornire delle terre rare necessarie alla sua industria elettronica. Come la febbre è il sintomo naturale di una patologia infettiva del corpo umano, così lo è l’idea di ricorrere al protezionismo economico-commerciale che, a sua volta, è sintomatico della malattia, ossia del sovranismo e del nazionalismo. Riguardo a queste ultime occorre chiedersi quali siano le ideologie che meglio tutelino queste particolari visioni politiche, se non regimi illiberali, autocratici ed oligarchici che hanno strumenti per imporre quel tipo di politica. Lungi dall’essere il luogo del permissivismo e della sopraffazione del più forte economicamente, come predicano i socialisti, il libero mercato di concorrenza è il luogo dei reciproci interessi e delle medesime convenienze, che ha la necessità esistenziale di potersi svolgere sotto l’imperio delle regole da rispettare in un contesto politico ed istituzionale che garantisca sia le libertà che i diritti dei competitori, dei venditori e degli acquirenti. Senza Stato democratico non c’è mercato, ma tirannia in ambito politico e monopolio statale in ambito economico. Insomma, il vero germe dell’autoritarismo nasce dalla soppressione delle libertà economiche; seppure paradossale, si può insinuare e prendere vita anche… tra i buchi del formaggio di gruviera!!
*già parlamentare










