Caos e crisi in Francia, fine della Quinta Repubblica?

di Vincenzo D’Anna*

Converrà chiarire ai lettori più giovani cosa sia la Quinta Repubblica in Francia e cosa intendano, dal punto di vista politico e istituzionale, con quel termine i cugini transalpini, che vantano una tradizione democratica tra le più antiche, nobili e note al mondo.

I francesi hanno riscritto la loro Carta costituzionale ogni qual volta hanno cambiato regime istituzionale, adeguando le regole al correre del tempo, senza mai considerare la loro Magna Charta come una verità rivelata.

La Prima Repubblica fu quella partorita dalla Rivoluzione che, nel 1789, sovvertì il regime fondato sull’assolutismo monarchico per instaurare un ordinamento democratico costituzionale fondato sulla triade Liberté, Égalité, Fraternité.

Seguirono cambi di regime e, con essi, la Seconda Repubblica, il ritorno della monarchia di Luigi Filippo d’Orléans, il Secondo Impero napoleonico, la Terza Repubblica e la Quarta, nata dopo la Seconda guerra mondiale, con il generale Charles De Gaulle.

Infine l’attuale Quinta Repubblica, istituita nel 1958 con il ritorno al potere, a furor di popolo, dello stesso generale.

Insomma, i francesi non hanno mai avuto remore verso cambi radicali delle loro istituzioni.

All’orizzonte della Francia si addensano da tempo nubi temporalesche, tanto sulla politica quanto sull’economia, tinte così fosche da richiamare il brocardo latino: mala tempora currunt et peiora parantur, cioè pessimi tempi corrono e se ne prevedono di peggiori.

Molteplici sono le cause che rischiano di porre in discussione anche la Quinta Repubblica e rendono necessaria una revisione delle regole costituzionali e istituzionali.

Il primo fattore è la perdurante instabilità politica, con governi di minoranza e primi ministri incaricati dal presidente Emmanuel Macron. Il suo partito, Renaissance, è uscito per ben due volte fortemente ridimensionato dalle urne, ma, grazie al sistema elettorale francese e all’elezione diretta dell’inquilino dell’Eliseo, Macron ha potuto mantenere la presidenza della Repubblica.

Un sistema maggioritario a doppio turno consente, infatti, alle forze politiche di aggregarsi per impedire la vittoria di quello che considerano il loro peggior nemico.

Nel caso di Macron, la sinistra francese lo ha preferito a una vittoria della destra di Marine Le Pen. Una scelta del male minore che, tuttavia, non evita che in Parlamento si formi una maggioranza diversa da quella che ha eletto il capo dello Stato o, peggio ancora, che non se ne riesca a formare alcuna.

Una paralisi che ha già visto cadere due governi per il venir meno della non belligeranza tra le opposizioni.

A complicare ulteriormente la vicenda è la geografia parlamentare, che vede pressoché equivalenti la destra sovranista di Le Pen e una sinistra che ha perso le tinte meno forti del socialismo riformista, lasciando prevalere quelle della sinistra antagonista guidata da un vetero-marxista e demagogo di vecchio retaggio culturale come Jean-Luc Mélenchon, leader de La France insoumise, ossia Francia indomita.

Se aggiungiamo la crisi economica, caratterizzata dall’aumento del debito pubblico verso il 120% del PIL, dalla modesta crescita di quest’ultimo, appena dello 0,5%, dall’alto spread dei titoli di Stato rispetto ai Bund tedeschi, dalla disoccupazione all’8,3%, seconda solo a quella spagnola, e dalle censure sui conti pubblici delle principali agenzie di rating, il quadro appare tutt’altro che rassicurante.

Uno Stato che paga il lassismo assistenziale, la demagogia di destra e sinistra ad assecondare la piazza, e costosissime elargizioni sociali.

Moti popolari alimentati dalla preponderanza dei sindacati e delle forze antisistema, dal movimento studentesco, capaci di mettere Parigi a ferro e fuoco.

A ciò si aggiunge l’insicurezza diffusa nelle banlieue, dove si concentra una grande massa di migranti di prima e seconda generazione, oltre agli immigrati clandestini.

Ci si rende conto, allora, che la Grandeur francese è ai minimi storici.

Per la prima volta nella storia l’Italia supera la Francia in alcuni indici economici, cosa che non credo faccia piacere agli sciovinisti francesi, di ogni razza e colore politico.

La crisi energetica accentua questo tracollo più che in altre parti del Vecchio continente, ancorché non venga meno quel pizzico di “je m’en fous pas” tipico del nazionalismo e del carattere francesi, con la proverbiale noncuranza di un’ostentata superiorità, vera o presunta che sia.

Ma il nodo gordiano che avviluppa la Quinta Repubblica è la paralisi politica prodotta dall’equivalenza numerica tra destra e sinistra e dallo spostamento verso le ali radicali di gran parte della politica francese.

Un monito anche per il Belpaese, che si avvia, con la legge elettorale proporzionale, verso quegli stessi lidi di acerrima contrapposizione tra gli schieramenti e di relativa impotenza a prevalere.

Con l’aggravante che non abbiamo né il doppio turno di coalizione né la capacità di riscrivere le regole costituzionali per porre fine alla nostra moribonda Seconda Repubblica.

*già parlamentare