di Vincenzo D’Anna*
Roma, 1 ottobre 2026 – Devo confessarlo ai lettori senza alcuna perifrasi: nel lontano 2015 commisi un grande errore politico. Da senatore in carica fui invitato da Guido Crosetto a costituire il gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia al Senato. All’epoca il neonato partito di Giorgia Meloni, dopo aver ottenuto alle elezioni del 2013 soltanto l’1,93%, non aveva eletto alcun senatore e necessitava quindi di almeno un parlamentare proveniente da altri partiti. La contingenza era favorevole, avendo io contestato la politica del Cavaliere in una burrascosa riunione dei senatori di Forza Italia, dopo che Matteo Renzi e Silvio Berlusconi avevano siglato quello che sarebbe stato definito “Patto del Nazareno”, costruito con l’abilità, la discrezione e la temperanza di Denis Verdini. L’intesa, raggiunta il 18 gennaio 2014, riguardava anzitutto legge elettorale e riforme istituzionali e suscitò forti polemiche all’interno degli schieramenti. Quel che ne venne in seguito non portò né vantaggi né chiarezza politica in FI, anche perché il contenuto dell’accordo era stato tenuto riservato. Berlusconi avrebbe così ritrovato un ruolo sulla scena politica italiana, dopo la decadenza dalla carica di senatore conseguente alla condanna definitiva per frode fiscale. La vicenda della legge Severino fu allora oggetto di un aspro confronto sulla sua possibile applicazione a fatti anteriori alla sua entrata in vigore: una questione controversa, che vide contrapposte tesi giuridiche diverse. Tra coloro che contestarono un accordo del quale non si conoscevano i contenuti vi furono Raffaele Fitto e un nutrito gruppo di parlamentari. Fui tra quelli che espressero pubblicamente il dissenso davanti ai gruppi riuniti e fui invitato a lasciare il partito con Fitto e pochi altri. Fu in quel frangente che arrivò da Crosetto, collega deputato e liberale a tutto tondo, l’invito a fare il capogruppo di FdI al Senato. Non feci calcoli di convenienza né di prestigio, ma declinai l’invito per la semplice ragione, corroborata anche da un pizzico di superbia intellettuale, che non provenivo dalla tradizione politica della Destra post-missina e mi sarei trovato a disagio in un partito che, all’epoca, non aveva ancora modificato né modi di pensare né modi di agire. Preferii prendermi il torto nel partito nel quale ero stato eletto e non la ragione fuori di esso, aspettando la fine della legislatura. Oggi, però, non vedo altre strade se non schierarsi politicamente con il Centrodestra, obtorto collo, spinti dall’irricevibilità e dalla pochezza contenute nel raggruppamento di Sinistra. Ormai tutto ciò che di demagogico, strumentale, mendace e rancoroso può essere utilizzato nell’agire politico, la Sinistra lo utilizza senza ritegno e senza un minimo di vergogna. E, se vi fosse ancora qualcosa da portare a esempio per descrivere il livello infimo della politica della Sinistra italiana, basterebbe leggere, in queste ore, le dichiarazioni di molti protagonisti del cosiddetto “Campo largo”. Per capirci, finanche la detassazione del bollo auto per quindici milioni di persone viene sottoposta a censura; il decremento dei prezzi della benzina e del gasolio, al quale si aggiunge in queste ore quello di luce e gas, viene parimenti criticato e disconosciuto. Nel caso delle bollette energetiche si accusa il Governo di non provvedere a un piano di soluzione strutturale del problema: insomma, circonvoluzioni intorno al nulla, vuoto pneumatico e memoria labile di lorsignori, che determinati problemi li hanno creati proprio inseguendo idee evanescenti e pregiudizi e stereotipi ideologici come quelli “green”. Politiche energetiche verdi e alternative, fatte di strategie, quadri normativi e accordi programmatici adottati a livello internazionale, europeo e nazionale per guidare la transizione energetica e promuovere la decarbonizzazione. Chiusura di raffinerie, blocco dei rigassificatori, limitazione delle trivellazioni e della ricerca di fonti energetiche: questi sono i grani del Rosario recitato in decenni di governi di centrosinistra. Ora chiedono la bacchetta magica, approfittando delle guerre e della conseguente crisi energetica, e la miracolosa realizzazione di un’autosufficienza energetica. Tutto per non dare atto che Giorgia Meloni è riuscita a praticare una moral suasion sui grandi produttori e distributori di energia senza applicare tasse sugli extraprofitti, rispettando le regole del libero mercato e rifuggendo la tentazione statalista di intervenire sulle dinamiche economiche. Insomma, uno spettacolo irritante e deprimente, che non trova risconti negli annali della politica italiana. Come sia possibile affidare a questi malmostosi orecchianti le sorti del Belpaese in futuro non è dato sapere, una riflessione che vale per tutti gli elettori che abbiano un minimo di sale in zucca.
*già parlamentare










