di Vincenzo D’Anna*

Roma, 27 settembre 2026 – “Corsi e ricorsi storici” scriveva Giambattista Vico, il filosofo napoletano che, nel secolo dei Lumi, analizzò l’evoluzione delle civiltà attraverso cicli di ascesa e decadenza. E tuttavia è convincimento diffuso tra la gente che talune questioni trattate nel tempo corrente abbiano una loro esclusività, siano eventi senza precedenti, quasi che la loro trattazione non abbia mai avuto ragion d’essere. Errore madornale che oggigiorno si è ulteriormente radicato nelle menti e nelle coscienze dell’umanità, così come nelle scienze sociali e nella politica stessa, in ragione del fatto che la presunzione e l’ignoranza regnano sovrane e il progresso, vorticoso e totalizzante, della tecnologia ci abbia consegnato a un’esclusiva era storica. Così non è mai stato, ancorché siano radicalmente cambiate le condizioni socio-economiche, gli ausili che la scienza ci rende disponibili e fruibili e le stesse istituzioni statuali e politiche siano radicalmente diverse da quelle presenti ai tempi in cui il potere costituito era rappresentato dall’assolutismo del monarca e la democrazia praticamente sconosciuta. E così pare sia per la legge elettorale che il Parlamento si appresta a licenziare, una legge che sovverte non solo quella precedente, di tipo misto, ma anche quella ancora più vecchia, il Mattarellum, anch’essa di natura mista, che consentì alla cosiddetta Seconda Repubblica di vedere la luce. Si trattò di dover chiudere con l’epoca della partitocrazia e con la stagione di Tangentopoli, che aveva azzerato buona parte dei partiti politici che avevano governato il Belpaese dal dopoguerra fino alla fine del secolo breve. L’estinzione non riguardò il vecchio Pci ed il Msi, i due partiti di opposizione al precedente sistema politico, ma che in seguito furono anch’essi costretti a cambiare, obtorto collo. Il principio maggioritario fu sposato trasversalmente da tutte le forze politiche dell’epoca, esibito come tangibile cambiamento politico e di classe dirigente e finanche come deterrente al malcostume e alla corruzione del finanziamento occulto ai partiti politici che aveva alimentato la rivoluzione giudiziaria di “Mani Pulite”. Fu così che vennero l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti di Regione e delle Province; per queste ultime finì quando furono modificati la natura e le funzioni di quegli enti con la legge Delrio del 2014. Quel tempo garantì ricambio della classe dirigente, il sorgere di nuovi partiti politici in sostituzione dei vecchi, la nascita di alleanze omogenee per valori e programmi costitutivi, la stabilità e la durata dei Governi, l’alternanza al potere delle coalizioni e la possibilità per gli elettori di scegliere chi dovesse governare senza incorrere in pastoie e compromessi post-elettorali. A distanza di trent’anni tutto pare cancellato, dimenticato, sia sotto il profilo squisitamente politico sia per i presupposti etici e di efficienza che la rivoluzione del Maggioritario ebbe a garantire. Quindi si ragiona come se il sistema proporzionale dovesse essere considerato un nuovo metodo, un rimedio e non quel male che, in epoca non tanto remota, si ritenne tale. Il sistema maggioritario fu anche la scelta ritenuta in grado di eliminare le basi della corruzione, dovuta agli alti costi della campagna elettorale con le preferenze, la frammentazione partitica, i compromessi post-elettorali, la fragilità dei Governi in carica e la loro precaria durata. Un oblio del passato, l’ignoranza delle precedenti e negative esperienze, ossia di quei corsi e ricorsi storici introduttivi in questo scritto. Ci soccorre comunque un precedente famoso, quello che viene dall’esperienza di uno dei padri della patria, il teorico degli enti locali e della sussidiarietà che portò alle autonomie locali, il teorico del liberalismo popolare, quel don Luigi Sturzo al quale molto si richiamano tra le fila dei moderati e non solo su quel versante. Sturzo fu un accanito sostenitore del sistema proporzionale nel 1919, agli albori del Partito Popolare Italiano e dell’«Appello ai liberi e forti». Per poi cambiare radicalmente opinione nel secondo dopoguerra, allorquando si presentarono sulla scena politica italiana le avvisaglie delle famose “tre male bestie” sturziane: la partitocrazia, lo statalismo, il malcostume, ossia la dissipazione del pubblico denaro. Caratteristiche che un sistema proporzionale contiene già in sé stesso. Il prete di Caltagirone scrisse articoli contro la proporzionale, poi raccolti nel volume “Contro la proporzionale”, nel quale spiegò che non era lui a cambiare idea, ma la diversa situazione che si era determinata rispetto a quella degli inizi del secolo. Riteneva maturi i tempi per favorire una democrazia bipolare senza compromessi e frammentazioni, secondo il dettato liberale. In estrema sintesi, a coloro che gli facevano notare la presunta incoerenza, rispondeva: “Coloro che oggi parlano di proporzionale pura sono dei ritardatari impenitenti”. Oggi è ancora peggio di allora, essendovi in giro degli impenitenti ignoranti, che inseguono null’altro che il potere e le sue lusinghe.

*già parlamentare