di Vincenzo D’Anna*
Roma, sabato 26 settembre 2026 – Se la politica fosse praticata da gente che ne conoscesse i rudimenti, padroneggiasse le sue teorie e conoscesse almeno la storia dei precursori delle idee che afferma di professare, fino al punto di spingersi nell’azzardata asserzione di essere erede di quella stessa tradizione, non sarebbero passati sotto silenzio né il centenario della morte di Piero Gobetti né la sua lezione. Soprattutto per trarre dai suoi assunti politici ed economici motivi di apprendimento e di ispirazione per il proprio agire politico. In particolare per quanto riguarda coloro che di Gobetti si dicono “eredi dell’identità culturale” e che, da orecchianti, si fanno alfieri del cosiddetto “socialismo liberale”. Quest’ultimo viene per lo più chiamato in causa da chi intende cancellare i propri trascorsi socialisti diluendoli con una dose di liberalismo di facciata. Peggio ancora quando il socialismo liberale diventa il rifugio di un briccone politico che, pur restando ancorato alle idee socialiste e alla concezione dello Stato massimo, si camuffa e si ricicla sotto la bandiera del liberalismo, inventandosi teorie che di liberale non hanno nulla e che restano utilmente nel vago e nell’indeterminato. Insomma, dei “cerchiobottisti” che ieri sostenevano lo statalismo e i suoi monopoli, l’ingerenza statale nell’economia, la supremazia etica del collettivo sull’individuale come mantra indefettibile, ma che oggi, dinanzi al fallimento e alle inefficienze di quel tipo di visione dello Stato e della società, cercano rimedi sulla sponda opposta. Una riedizione della cosiddetta “terza via” tra socialismo e capitalismo, un modo per non ammettere il fallimento sistemico del primo comparato con il secondo. C’è chi questa ricerca l’ha fatta correttamente in tempi lontani, come Giuseppe Saragat con il Partito Socialdemocratico, nel 1945; come il cancelliere tedesco Willy Brandt nel 1959, con la svolta di Bad Godesberg, il quartiere di Bonn dove la SPD tedesca abbandonò il marxismo e riconobbe l’economia di mercato; e come Bettino Craxi con la svolta cosiddetta del Midas, con la quale cambiò radicalmente il Partito Socialista. Ci ha provato Walter Veltroni con il PD, teorizzando una svolta liberal per gli eredi del PCI, per poi giungere prima nelle mani di Renzi e quindi in quelle di Elly Schlein, vetero-comunista e milionaria. E tuttavia, fino a quando se ne parla solamente, può anche darsi che si convincano i creduloni e gli eterni antifascisti di maniera, gli sprovveduti che sognano il ritorno di Karl Marx sotto mentite spoglie e, più in generale, chi poco conosce delle due diverse posizioni ideologiche e delle sostanziali e inconciliabili divergenze tra lo Stato massimo e quello liberale, tra economia di mercato e ordine spontaneo da una parte e pianificazione monopolistica dall’altra. Allorquando, invece, si entra nella pratica, ossia in quella economica, i pseudo-convertiti lasciano prevalere gli ancestrali istinti culturali, i vecchi e mai sopiti pregiudizi verso il libero mercato e la concorrenza, la riduzione degli apparati statali e l’aumento delle libertà legate agli individui, in quanto portatori delle medesime per legge naturale prima ancora che statuale. Insomma sono espressioni di fresche letture giammai metabolizzate.Dove si trovano di frequente questi ibridi politici, figure mitologiche simili a centauri oppure a ircocervi, se non tra le fila del centrosinistra? Fatta salva la buona fede, presente in diverse graduazioni in ciascuno, i più scafati si affannano a enunciare quel che loro conviene del liberalismo, per poterlo utilizzare nelle odierne polemiche, nell’attualità delle contingenze del momento politico, confidando nella sovrana ignoranza sia di chi li segue, sia, ancor più, di una platea elettorale che li vota. Conviene quindi ricordare di Piero Gobetti l’antifascismo e le persecuzioni subite, che lo portarono alla morte, giovanissimo ed esule in Francia. Quel che dell’eredità del pensiero del martire torinese viene puntualmente dimenticato e accantonato sono le sue posizioni in economia, le sue idee liberali e liberiste, per presentarlo come un riformista del socialismo e non già come un fautore delle teorie economiche di Luigi Einaudi. Insomma, tutti lo ricordano come politico antifascista, ma non come economista, per il quale l’economia era il cuore della rivoluzione liberale. Era contro la tassazione e l’imposizione fiscale ed affermava : il contribuente paga le tasse bestemmiando. Per Gobetti, senza contribuenti maturi, senza scuola, senza onestà anche come valore economico, non c’è rivoluzione possibile. Per questo voleva mobilitare maestri ovunque. Tornando all’oggi, è esattamente l’opposto della cultura del bonus e del reddito di cittadinanza, delle elargizioni passive. Gobetti asseriva che “la libertà è quando paghi le tasse sapendo che stai governando, non quando le eviti. È liberalismo sociale, non assistenzialismo né statalismo fascista”.
*già parlamentare










