di Vincenzo D’Anna*
Roma, 22 settembre 2026 – Contrariamente a quanto la maggioranza della gente pensa essere vero, quel che determina il futuro di un popolo non è un’élite di intellettuali, la comparsa di un “Uomo della Provvidenza” sulla scena politica, la crescita culturale di una popolazione avveduta, attrezzata e aggiornata sul piano delle conoscenze. A determinare le svolte epocali nel corso della Storia delle nazioni sono state le masse, i ceti più popolari, mossi dai propri bisogni. Un tempo questi ultimi si riducevano al raggiungimento dello scopo di avere la pancia piena e i piedi al caldo, in un contesto senza guerre, carestie ed epidemie. Esigenze modificatesi di pari passo con il progresso tecnologico e merceologico, che hanno indotto desideri e necessità di gran lunga più sofisticate, cancellando il confine tra i beni essenziali e quelli voluttuari. In un regime di democrazia politica aumenta la declinazione delle libertà e la rivendicazione dei diritti e, sul versante economico, vigente un libero mercato di concorrenza, l’offerta di beni e servizi produce l’induzione dei bisogni. Un combinato disposto che ha radicalmente cambiato la stratificazione sociale, facendo diminuire la miseria materiale e, quel che più conta, pur nel persistente divario economico tra i più ricchi e i meno ricchi, ampliando il livello di benessere di questi ultimi, che rappresentano al tempo stesso sia la maggioranza della massa sociale sia la platea elettorale. La povertà di oggi non è quella dei secoli scorsi: lo Stato sociale e l’ampliamento della base minima del benessere materiale si sono enormemente estesi. È quest’ultima a garantire i consumi e la produzione/occupazione, la vera carta vincente del regime capitalistico che è storicamente prevalso su quello socialista. Trasformazioni dei blocchi sociali di riferimento dell’agire politico e dei bisogni ai quali quest’ultimo deve far fronte per essere gradito ai cittadini-elettori, per accaparrarsi il voto e il consenso. Un fenomeno sociale che riguarda tutto il corpo elettorale del vecchio continente, più o meno accentuato laddove la crisi economica e le difficoltà sull’approvvigionamento energetico si fanno maggiormente sentire per concause interne che si sommano a quelle derivate dalla crisi avente cause internazionali. La Germania è tra le nazioni maggiormente attraversate da difficoltà economiche e industriali. La precedente forte dipendenza dal gas russo, la crisi dei settori energivori e le difficoltà dell’industria automobilistica, alle prese con il fallimento della transizione verso l’auto elettrica, la concorrenza internazionale, hanno inciso pesantemente sul quadro economico. Le previsioni per il 2026 indicano comunque una crescita debole, dopo due anni di recessione. Da locomotiva europea a Paese in difficoltà occupazionale ed economica, con un quadro industriale che continua a risentire dell’aumento dei costi energetici e della debolezza della domanda. Anche la presenza degli immigrati è ormai una componente strutturale della società tedesca: alla fine del 2025 risultavano circa 14,07 milioni di cittadini stranieri residenti, secondo i dati ufficiali ai quali si sommano gli immigrati clandestini. Un esempio della trasformazione demografica e politica viene dalla candidatura a sindaca di Berlino di Elif Eralp, figlia di rifugiati turchi e candidata di punta della Linke. La sua campagna si è concentrata soprattutto sul problema degli affitti e dell’accessibilità della casa, con una forte impostazione sociale. Alcuni media l’hanno accostata a Zohran Mamdani, il sindaco di New York, per il profilo politico e generazionale. Non a caso il suo partito, Die Linke, partito della Sinistra antagonista, ha ottenuto a Berlino il risultato più alto della propria storia regionale, con circa il 25,7% dei voti, davanti alla CDU, ferma intorno al 20%, mentre l’AfD si è attestata intorno al 15%. Nelle grandi città tedesche si concentra una parte consistente della popolazione con background migratorio e sono forti le élite intellettuali progressiste che sostengono una determinata visione del mondo, con forti adesioni alle teorie Gender e Woke. In questi contesti urbani le elezioni possono premiare maggiormente i partiti più aperti verso l’integrazione e l’accoglienza dei migranti. Succede, invece, che nelle regioni periferiche, meno industrializzate, meno ricche e meno integrate dal fenomeno migratorio, resistono valori e tradizioni autoctone, si abbia la reazione di una parte dei cittadini tedeschi sotto forma di rivendicazioni identitarie, nazionalistiche e di protesta per il caro vita, la crisi economica ed il fenomeno dell’immigrazione. È così che una parte del consenso protestatario e identitario si incanala verso la destra radicale dell’AfD (Alternative für Deutschland). Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD è risultata prima nelle elezioni regionali del 20 settembre 2026, mentre a Berlino il primo partito è stata la Linke: due risultati diversi che mostrano la profonda e differente articolazione territoriale del voto tedesco. È la fotografia di una Germania nella quale i bisogni, le paure, le aspettative e le condizioni sociali delle diverse componenti della popolazione continuano a produrre risposte elettorali profondamente differenti. Ed è proprio nelle fasce popolari, nelle periferie e nei territori maggiormente colpiti dalle trasformazioni economiche e sociali che si misura oggi una parte decisiva del consenso politico. Insomma il ventre molle del popolo “indigeno” tedesco reagisce e si fa sentire.
*già parlamentare










