Napoli, 21 settembre 2026 – Mentre l’agenda politica sembra aver accantonato i dossier sulla giustizia, quasi anestetizzata da una sorta di rassegnazione, chi vive le aule di tribunale ogni giorno non ha intenzione di abbassare la guardia. All’ombra del Vesuvio, il fermento di questi giorni è il termometro di un malessere profondo. Da un lato c’è l’incontro il 25 settembre alle 18 del Comitato Mario Pagano (presidente avvocato Francesco Picca) sul ritorno dei gruppi dell’Anm al comando del Csm; dall’altro, in contemporanea, l’appuntamento di Officine Costituzione. Due momenti che riaccendono i riflettori su un nodo irrisolto: lo stato di salute della magistratura associata e il suo peso sulla giurisdizione.

Di fronte a notizie del genere, la tentazione è quasi automatica: cedere alla rissa verbale. La politica contro le toghe, i penalisti contro i giudici, le fazioni che si contendono i palazzi del potere. Una narrazione buona per i titoli a effetto, ma che finisce per allontanare i cittadini, riducendo la giustizia a una partita di calcio tra tifoserie contrapposte.

Eppure, a guardare oltre le barricate, il punto sollevato dai penalisti napoletani tocca un nervo scoperto che riguarda tutti noi. Quando si parla di “restaurazione correntizia” e di spartizioni interne al Csm, si pensa spesso a dinamiche da addetti ai lavori, a logiche di palazzo lontane dalla vita reale. È un errore madornale.
Il cittadino che attraversa le forche caudine di un processo non cerca una giustizia orientata, amica o di fazione. Cerca una risposta che sia prevedibile, basata sul diritto e immune da tessere associative. Una magistratura frammentata da logiche di corrente e da logiche di appartenenza finisce inevitabilmente per smarrire la bussola dell’imparzialità. Per chi entra in un’aula – che sia un imputato in cerca di verità, una parte offesa o un cittadino in attesa di giustizia civile – l’unica regola accettabile è la legge applicata con rigore e merito. Non esistono correnti “giuste” o correnti “sbagliate”: esiste solo il giudice terzo, svincolato da cordate.
Ecco perché la mobilitazione dell’avvocatura napoletana va difesa da facili etichette corporative. Storicamente, il ruolo dei penalisti è anche questo: fare da sentinella delle garanzie. Denunciare il ritorno del correntismo non significa fare la guerra alla magistratura nel suo complesso – formata nella stragrande maggioranza da giudici seri che lavorano in trincea tra mille difficoltà –, ma pretendere che l’architrave della giustizia rimanga trasparente e credibile.
La giustizia giusta non nasce dalle barricate ideologiche e non si ottiene voltandosi dall’altra parte per quieto vivere. Si conquista pretendendo efficienza, terzietà e selezioni basate unicamente sulla competenza. Perché una democrazia non si misura sulla forza dei poteri che la compongono, ma sulla fiducia che i cittadini ripongono nelle regole. E quella fiducia, oggi, ha disperatamente bisogno di essere difesa.