di Vincenzo D’Anna*
” Tra un malvagio ed cretino, e’ da preferire il primo perché questi qualche volta si riposa” Questo il lapidario epitaffio attribuito ad Alexandre Dumas figlio, allorquando dovette esprimersi sulla frequente smania di taluni politici di intervenire, e peggio ancora legiferare senza cognizione di causa, su argomenti che riguardino la vita delle persone. Peggio ancora se l’ignoranza affonda le proprie radici nell’assoluta convinzione che taluni fenomeni siano risolvibili con semplici slogan, dando risposte semplici a domande complesse. Una prerogativa, quest’ultima, che appartiene agli orecchianti ed ai qualunquisti che, purtroppo, oggi rappresentano la cifra distintiva della maggior parte della classe politica, quella che argomenta per sentito dire o per un inveterato pregiudizio tutto ideologico. Quando po il pregiudizio incontra l’ignoranza forma, a modo di reazione chimica, un composto immarcescibile ed inossidabile che trasforma in dogma i convincimenti più strampalati e meno avveduti. Ed è questo il caso di Roberto Fico, assurto alla presidenza della Regione Campania grazie alle alchimie partitocratiche, alla spartizione secondo i canoni del mai desueto Manuale Cencelli tra il Pd ed il Movimento 5 Stelle. Fico sa poco o nulla di pubblica amministrazione, di come si possa governare un Ente che ha tredicimila dipendenti e centinaia di funzioni. E men che meno se si tratti di una Regione attraversata da tante crisi socio-economiche, da svariate urgenze che vanno dall’ambiente inquinato della Terra dei fuochi alle coste ed ai litorali non balneabili ed abbandonati a se stessi, dall’occupazione alle infrastrutture, all’utilizzo pieno e completo dei fondi europei, dal risanamento dei debiti di quei carrozzoni che sono le aziende, partecipate oppure in house, della Regione, al recupero di efficienza della Sanità. Se il governatore zoppica sugli argomenti sopra indicati, per quanto riguarda la sanità brancola addirittura nel buio. Innanzitutto non ha capito che il Sistema Sanitario è tutto pubblico e che sia le strutture a gestione diretta sia quelle accreditate, ossia parificate ed equipollenti sul piano giuridico in possesso
di tutti i requisiti richiesti (personale, attrezzature, strutture, organizzazione), espletano comunque un pubblico servizio. Non sono privati ma accreditati e svolgono con un minor costo un servizio liberamente scelto dagli utenti, che hanno il diritto, anche costituzionale, di poter scegliere il professionista ed il luogo di cura. Se non fosse un avventizio sprovveduto, Fico non confonderebbe le cose e, informandosi, acquisirebbe elementi di comparazione tra la funzionalità, l’efficienza del servizio ed i relativi costi tra i due comparti pubblici, quello accreditato privato e quello gestito direttamente. In quello accreditato non ci sono liste di attesa, il pagamento avviene a tariffa predeterminata e non a piè di lista, come nelle analoghe strutture a gestione diretta. Da queste evidenze comprenderebbe che ci sono una serie di ragioni perché la gente scelga maggiormente le strutture accreditate e non quelle a gestione diretta. Invece di preoccuparsi delle strutture accreditate dovrebbe mettere in sesto e far funzionare le proprie. Ma il l’inquilino di Palazzo Santa Lucia, proprio perché capitato in quel posto quasi per caso, oppure per stato di necessità politica dei suoi “danti causa”, confonde le cose ed addita gli accreditati, che maldestramente chiama privati, come dei profittatori che ci “mangerebbero” sopra. È questa l’aulica espressione che Fico ha usato nel corso di un intervento alla Festa dell’Unità in Emilia, ancorché dlo spreco, i debiti, lo sperpero ed i maneggi mangerecci dovrebbe andarli a cercare nelle strutture a gestione diretta, ove peraltro si pratica il più sfacciato clientelismo politico da molto tempo. Chi confonde la pubblicità di un servizio con la gestione statale del medesimo, veste i panni anacronistici del bolscevismoc in questo caso sanitario, confonde la funzione che e’ sempre pubblica
con la gestione, che non è’ necessariamente statale. E rimane ignaro che alla macchina sanitaria “pubblica” non bastano 147 miliardi di euro l’anno (sono 11,5 i miliardi assegnati alla sola Campania) per funzionare decentemente. Di quei soldi poco meno del 17%, tutto compreso, toccano ai privati accreditati a fronte del 70% delle prestazioni di routine eseguite. Il laboratorio di analisi, additato spesso come pietra dello scandalo, ad esempio, consuma lo 0,56% del Fondo sanitario nazionale disponibile in Italia e non più del 4% in Campania. Sugli accreditati peraltro grava il vincolo di limitazione dei fatturati, detto tetto di spesa, che disciplina e riduce gli accessi degli utenti. Finito il tetto di spesa, i malati sono costretti a pagare di tasca propria le prestazioni, andare fuori regione con oneri a carico della Regione Campania, oppure ad affidarsi alle liste di attesa delle strutture statali. Insomma i limiti di accesso all’accreditato colpiscono gli indigenti non facoltosi. Lunghissime code si firmano innanzi alle strutture accreditate allorquando si sta per esaurire il budget loro assegnato, il che dovrebbero consigliare l’esatto contrario al
governatore: rispettare la libera scelta di quei cittadini di cui si erge a paladino. Non scaricare vizi e difetti del comparto statale sull’altra parte del sistema. Occorre guadagnarsela , la fiducia e la scelta degli utenti, non procurarsele con i tetti di spesa determinando il surrettizio sviamento verso le strutture statali. Troppo comodo stringere il cappio dei tetti di spesa intorno al collo degli accreditati, per accaparrarsi la clientela, uno statalismo bieco ed iniquo sostenuto dalla partigianeria e dagli interessi politici. Difficile capirlo? Solo mettendo le strutture in competizione garantendo la libera scelta, mettendo il malato al centro del sistema, eviterà il rinnovarsi nel tempo di un servizio sanitario regionale che vale perlopiù un…Fico secco.
*già parlamentare










