di Vincenzo D’Anna*
Roma, domenica 2 agosto 2026 – Un uomo a bordo di un’autovettura, lo scorso 16 maggio, ha deliberatamente investito ad alta velocità la folla in una centrale via di Modena. Nell’attacco rimasero ferite diverse persone e una donna di 55 anni è deceduta dopo due mesi di agonia. Le indagini hanno chiarito che si è trattato di un attentato il cui autore, il trentunenne Salim Elkoudri, è un immigrato di seconda generazione, nato in Italia da genitori marocchini. In questi giorni la stampa ha dato ampio risalto alla protesta rivolta nei confronti del sindaco di Modena per il fatto che il Consiglio comunale non abbia ritenuto di assumere alcuna iniziativa in relazione all’attentato, neppure osservando un minuto di raccoglimento in aula. Una successiva inchiesta giornalistica ha inoltre evidenziato come l’adesione alla protesta sia stata modesta e come la popolazione modenese appaia sostanzialmente divisa tra coloro che tendono a minimizzare l’accaduto, confinandolo rapidamente nel dimenticatoio, e quanti invece ritengono che quell’episodio debba costituire motivo di riflessione sul fenomeno dell’immigrazione. Da questa volontà di archiviare rapidamente l’evento deriverebbe, secondo i contestatori, l’atteggiamento della maggioranza di sinistra che amministra il Comune e che avrebbe preferito mettere la sordina alla vicenda. Dall’altra parte della barricata si collocano quanti contestano un fenomeno migratorio particolarmente rilevante in quel territorio. Tuttavia, tanto negli uni quanto negli altri, il denominatore comune sembra essere la paura. Alla fine, la maggioranza dei cittadini preferisce farsi gli affari propri, rinchiudersi tra le mura domestiche e adottare i più disparati accorgimenti per aumentare la propria sicurezza. Eppure un tempo quelle terre erano caratterizzate da una forte passione politica e da un’intensa partecipazione alla vita pubblica e amministrativa. Anni, evidentemente, ormai lontani. L’accoglienza indiscriminata e senza limiti, predicata tanto da una parte della Chiesa e dai leader della sinistra del cosiddetto Campo Largo, quanto, sul fronte opposto, le roboanti promesse di Salvini e Vannacci di rimpatriare in massa gli immigrati e sigillare le frontiere del Belpaese, hanno prodotto un solo risultato: dividere ulteriormente la Nazione. Più ancora dell’indifferenza o delle diverse opinioni, la questione migratoria ha però messo in luce un tratto caratteristico dello stereotipo comportamentale dell’italiano del Terzo Millennio. Il problema dell’accoglienza è diventato una sorta di cartina di tornasole dell’italica indole, rivelando quella miscela di opportunismo, attendismo e convenienza personale che spesso prevale sul senso civico. Una delle tante facce del caleidoscopio etico che alberga nell’animo degli abitanti dello Stivale. Un’altra faccia di questa policromia morale, mutevole e spesso ignava, è emersa nella recente vicenda del terremoto di Pozzuoli, attraverso il comportamento degli abitanti dei Campi Flegrei. Un territorio caratterizzato da secoli dal fenomeno del bradisismo, cioè dal lento sollevamento e abbassamento del suolo provocato dall’attività vulcanica del sottosuolo, ben visibile nell’area della Solfatara. I lettori ricorderanno che quella zona è sottoposta a un monitoraggio costante da parte dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, lo stesso che controlla il Vesuvio e gli altri apparati vulcanici dell’area. Strumentazioni sofisticate rilevano continuamente tutti i parametri geofisici nella speranza di poter individuare tempestivamente eventuali segnali premonitori di un evento catastrofico. Il Dipartimento della Protezione Civile organizzò, non molto tempo fa, una prova generale di evacuazione della popolazione in caso di imminente pericolo. Le cronache dell’epoca riferirono che, nonostante gli inviti e le sollecitazioni, soltanto poche decine di cittadini puteolani si presentarono ai punti di raccolta. Prevalse ancora una volta quella diffidenza fatalistica che da decenni induce molti abitanti a sottovalutare il fenomeno. Una popolazione che, nel frattempo, continua ad aumentare e ad espandersi anche nelle aree sottoposte a vincoli, alimentando un diffuso abusivismo edilizio. Analoga incuria si registra nei comuni vesuviani, dove enormi agglomerati urbani si spingono fin sotto le pendici del vulcano. Un Vesuvio inattivo da quasi ottant’anni, ma certamente non spento, secondo i vulcanologi, i quali ipotizzano persino un collegamento con il sistema vulcanico dei Campi Flegrei all’interno di un’unica grande caldera. Del resto, in epoche remotissime, anche la vasta conca di Agnano fu il risultato di una gigantesca eruzione le cui ceneri raggiunsero e si depositarono perfino in continenti lontani. Oggi le immagini televisive mostrano edifici lesionati, famiglie impaurite e cittadini esterrefatti che manifestano reazioni ben diverse da quelle tenute fino a ieri. Lo Stato può e deve fare la propria parte per sostenere il territorio colpito. Resta però da chiedersi se quei cittadini abbiano un’idea altrettanto chiara dello Stato e dei doveri che ciascuno dovrebbe avere nei suoi confronti. Modena e Pozzuoli rappresentano, in fondo, due facce della stessa medaglia coniata dall’Italia contemporanea. Una medaglia che sembra confermare un antico adagio: amministrare gli italiani, più che impossibile, è spesso inutile.
*già parlamentare











