Storia dello statalismo: come si manda in rovina una nazione
di Vincenzo D’Anna
Roma, sabato 27 giugno 2026 – Quella che segue è una sintesi estrema dei passaggi che hanno portato lo Stato italiano a diventare uno dei Paesi più indebitati del mondo. Una storia semiseria nei toni, ma tragica nei fatti, di come il Belpaese sia passato dal boom economico del dopoguerra a una crescita stagnante, con un debito pubblico di circa 3.100 miliardi di euro e una pressione fiscale sempre più elevata.
Ogni anno lo Stato paga oltre 110 miliardi di euro di interessi sul debito, quasi il 10% della spesa pubblica complessiva. Su circa 1.150 miliardi di spesa, gli interessi rappresentano la quarta voce di bilancio, dopo pensioni, stipendi del pubblico impiego e sanità. Eppure il cittadino comune raramente viene informato di questi dati, mentre la politica preferisce rinfacciarsi le responsabilità dell’aumento del debito anziché discutere seriamente dei rimedi.
L’ultima polemica riguarda gli oltre 200 miliardi di nuovo debito attribuiti al governo Conte e dati in eredità a Meloni, per effetto dei bonus edilizi e del reddito di cittadinanza. Ma, nella ricerca del colpevole, si dimentica che il deficit continua a crescere da decenni: dai circa 1.000 miliardi del 1994 a quelli attuali.
In termini semplici, ogni 1.000 miliardi di debito comportano una spesa annua per interessi compresa tra 30 e 35 miliardi: l’equivalente di una legge di bilancio. Questa deriva accomuna governi di destra e di sinistra, entrambi abituati all’utilizzo sistematico della leva di spesa a debito crescente come principale strumento di governo e di ricerca del consenso.
Una prassi così consolidata da apparire ormai normale, pur essendo all’origine di gran parte delle difficoltà finanziarie della nazione. Alla base vi è anche un problema culturale.
Troppi italiani si comportano da clienti dello Stato più che da cittadini, premiando con il voto chi promette più sussidi, agevolazioni e gratifiche. L’interesse generale passa così in secondo piano rispetto al vantaggio personale o di categoria.
L’esempio più evidente è stato il successo del Movimento 5 Stelle, fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che ha saputo intercettare il malcontento popolare descrivendo una classe politica corrotta e un popolo ingenuo e maltrattato, proponendo una democrazia assembleare diretta fondata sulla rete, una sesquipedale asineria!!
Ma il vero collante del consenso dato al M5S non sono stati moralismo o lotta alla “casta”, bensì la promessa di un reddito garantito svincolato dal lavoro, destinato a conquistare il consenso di ampie fasce dell’elettorato. Tuttavia, questa cultura assistenzialistica ha radici ben più lontane.
Uno dei passaggi decisivi, quello iniziale, fu l’elezione di Giovanni Gronchi, sindacalista democristiano, alla Presidenza della Repubblica nel 1955, in sostituzione di Luigi Einaudi, economista liberale.
Con Gronchi si consolidò una visione politica favorevole a un crescente intervento dello Stato nell’economia, sostenuta anche dal suo mentore Enrico Mattei, protagonista dello sviluppo dell’ENI e dell’industria pubblica.
Accantonati Einaudi e De Gasperi, l’impresa pubblica, già esistente con enti come l’IRI, voluta dal fascismo, ampliò enormemente il proprio peso nell’economia nazionale.
Il problema non fu soltanto la presenza dello Stato nell’economia, ma il suo utilizzo come strumento di gestione del consenso e maneggio di denaro.
Parallelamente, anche una parte dell’imprenditoria privata si abituò a chiedere aiuti pubblici e salvataggi. Insomma: si privatizzavano gli utili e si socializzavano le perdite, mentre la politica utilizzava le aziende pubbliche come centri di potere, di consenso e, troppo spesso, anche di finanziamento illecito dei partiti.
Fu allora che il miracolo economico italiano iniziò lentamente a esaurirsi. L’economia di mercato cedette progressivamente il passo a un capitalismo assistito, incastonato nello statalismo, nel quale con i soldi pubblici i politici facevano gli imprenditori, i banchieri e i salvatori di imprese decotte.
Le conseguenze e le abitudini di quella stagione politica continuano ancora oggi a gravare sui conti pubblici e sulle prospettive di sviluppo del Paese.
Italiani brava gente?
già parlamentare*










