La Sinistra e il ritardo culturale. Un problema per l’Italia

di Vincenzo D’Anna*

  • Roma, 26 giugno 2026 – Nicolò Machiavelli, l’autore de “Il Principe”, il libro che fu il primo saggio di dottrina politica a illustrare il rapporto che intercorre tra il gestore del potere costituito e il popolo, scriveva che “governare è lasciar credere”. L’espressione è stata sintetizzata nella più famosa frase secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, nel senso che ogni espediente risulta utile per lasciar intendere che chi ci governa lo faccia per l’esclusivo beneficio dei governati. Ancor peggiore è l’abitudine di lasciar credere di averlo fatto senza aver mosso un dito, ossia che il mantenimento di uno Stato richieda anche l’uso della menzogna, della malvagità, dell’astuzia e della malafede.


E, per quanta acqua sia passata sotto i ponti dal Medioevo a oggi, alcuni tratti dell’agire politico di coloro che gestiscono il potere conservano tracce concrete di quelle malsane evidenze. Un esempio pratico può essere attinto dall’applicazione di un’espressione eufonica e attrattiva di consensi: quella di legiferare per garantire la cosiddetta giustizia sociale, ossia correre in soccorso dei ceti sociali più svantaggiati, assistendoli dalla culla alla bara utilizzando i soldi pubblici, cioè quelli del contribuente tosato a dovere dallo Stato gabelliere.

Nasce da questo concetto, che gli economisti liberali chiamano “etica della tribù”, la grande illusione che lo Stato possa e debba colmare i nostri difetti, che sono poi la causa prima dei nostri bisogni. Un’etica che toglie senza scrupoli a chi produce ricchezza con il proprio lavoro, impegnando i talenti e correndo i rischi che si assumono coloro che non sono garantiti e assistiti dallo Stato padre e padrone.

Un’etica, quindi, tribale, che concede vantaggi a determinate categorie sociali spogliandone altre, il che comporta che la gratitudine dei primi, sempre più numerosi e manipolabili a causa del bisogno, si manifesti attraverso il consenso elettorale. Che poi aumenti il debito statale, che la tassazione sia prossima al cinquanta per cento dei ricavi, che i produttori siano svantaggiati sul mercato della libera concorrenza, sono aspetti che poco interessano i cosiddetti “altruisti”, i quali tali si dicono perché intendono far del bene con i soldi degli altri.

Se il concetto di Stato minimo è osteggiato, se il libero mercato concorrenziale è denigrato come foriero di emarginazione e discriminazione, se il socialismo ha maggiore appeal del liberalismo, le origini risiedono nello stato di cose innanzi descritto. E non è difficile identificare chi siano i politici che si iscrivono nell’elenco dei benefattori o che, machiavellicamente, lo fanno credere: basta ascoltarli e valutare quel che predicano e si propongono di fare.

Un altro esempio viene dalle recenti dichiarazioni di uno dei campioni dell’altruismo militante, Nicola Fratoianni, leader del partito della sinistra antagonista, insieme ad Angelo Bonelli, leader dei Verdi ambientalisti, che, come i cocomeri, sono politicamente verdi di fuori e rossi di dentro. Cosa propongono questi due apostoli della solidarietà che, con tanto di mogli sedute con loro in Parlamento, incassano congrue indennità parlamentari, secondo il detto che chi ha assicurato pane e vino può fare pure il giacobino?

Propongono la reintroduzione della scala mobile, il meccanismo di adeguamento automatico degli stipendi all’aumentare dell’inflazione. Un sistema cancellato nel 1993 dal referendum confermativo della legge che lo aboliva. Erano quelli i tempi nei quali l’inflazione nel Belpaese viaggiava con indici a due cifre, erodendo il potere d’acquisto dei salari, che in un biennio fu bruciato per circa il 25%.

Se aumentano gli stipendi a prescindere da ogni altro parametro economico e industriale, come la produttività, le imprese sono costrette a caricare sui prezzi il maggior costo del lavoro, a parità degli altri parametri generali. Questi aumenti, quindi, faranno crescere i prezzi e questi, a loro volta, l’inflazione, che misura la capacità, ovvero il potere d’acquisto dei salari. Più alta l’inflazione, più bassa la capacità d’acquisto dei salari, e così via.

Insomma, un cane che si morde la coda, una spirale dalla quale è difficile uscire. Non occorre una laurea in economia per capire questo e basterebbe andare a guardare l’inflazione ai tempi della scala mobile e quella registrata negli anni successivi alla sua abolizione. Si rileverebbe che l’indice d’inflazione era da cinque a sei volte maggiore nel periodo della scala mobile.

Bene ha fatto il governo a stabilire, invece, il giusto salario determinando i parametri minimi di retribuzione oraria per il lavoro, per combattere lo sfruttamento dei lavoratori, ma lasciando agli imprenditori agio di poter concordare con i sindacati le retribuzioni.

Una classe dirigente che porti al governo i due Dioscuri della sinistra non è solo un fatto politico negativo, ma un problema serio per l’Italia intera, se non una reiterata, ottusa e anacronistica realtà.

*già parlamentare