SE LA BELLEZZA DI PARTENOPE SI SCONTRA CON L’INDIFFERENZA DEL DETTAGLIO

di Sofia Flauto*

C’è un’aria particolare, quasi magica, che si respira passeggiando per i vicoli di Napoli in una di queste giornate dove il sole, generoso e prepotente, bacia i basoli umidi e fa risplendere il giallo tufo delle pareti, risvegliando l’anima antica di Partenope. Ti perdi volentieri tra i colori dei panni stesi che sventolano come bandiere di una quotidianità mai doma, l’odore invitante della pizza fritta che sfrigola nei pentoloni all’angolo e quel brusio incessante, fatto di voci e motorini, che rappresenta la colonna sonora immortale della nostra città. È la Napoli che tutto il mondo oggi vuole, quella che riempie gli hotel fino all’ultima stanza e satura le rotte turistiche internazionali, diventando finalmente la meta ambita, sognata e fotografata che abbiamo sempre saputo di essere.

Ma poi, all’improvviso, il sogno sbatte violentemente contro un paradosso visivo che lascia l’amaro in bocca e un senso di profonda amarezza nel cuore. Mi sono ritrovata l’altro pomeriggio davanti al Duomo, il cuore pulsante della fede e dell’arte partenopea, un luogo dove la storia ha stratificato bellezza su bellezza. Mentre lo sguardo, istintivamente, cerca di salire verso l’alto per ammirare le guglie gotiche che sfidano il cielo, l’occhio cade, inevitabilmente e dolorosamente, su un dettaglio che sembra un tragico errore di messinscena: un gabinetto chimico di plastica blu. È lì, piazzato con una disarmante naturalezza proprio a pochi passi dall’ingresso del Tesoro di San Gennaro, come una stonatura cromatica e morale che offende la vista.

Non è solo un problema di estetica superficiale, sia chiaro; è un problema di rispetto. Come può una città che aspira legittimamente a capitalizzare il turismo globale permettere che i suoi monumenti più iconici siano circondati da una cornice di “servizi” che sembrerebbero fuori posto persino in un cantiere di estrema periferia? La scena che si presenta ai passanti è d’impatto: sotto portici millenari che hanno visto passare i secoli, tra graffiti che sfregiano impunemente la pietra e giacigli improvvisati che urlano una povertà troppo spesso resa invisibile dalle distrazioni istituzionali. In questo scenario, quel WC chimico svetta quasi con orgoglio davanti a uno dei tesori d’arte più importanti del mondo.

Quell’oggetto, pur utile nella sua indiscutibile funzione pratica, finisce per trasformarsi nel simbolo di una disattenzione verso il decoro che ferisce mortalmente chi Napoli la vive ogni giorno con una passione viscerale e chi, per la prima volta, la scopre sperando di trovarvi solo incanto e meraviglia. La bellezza di Napoli è un’eredità immensa, ma è anche un cristallo estremamente fragile. Se ci abituiamo alla sciatteria visiva, se accettiamo passivamente che l’incuria diventi parte integrante del nostro paesaggio, rischiamo che l’incanto dei nostri monumenti venga offuscato da una gestione poco curata dei dettagli urbani.

Il rispetto per l’arte e per la nostra identità millenaria passa necessariamente attraverso la scelta di dove collocare ciò che è puramente funzionale. Il “sacro” della nostra storia non dovrebbe mai essere costretto a una convivenza forzata con il “profano” di un degrado che, con un minimo di programmazione e amore per il bello, sarebbe assolutamente evitabile. Napoli non merita di essere trattata con questa distratta sciatteria. Non basta vantarsi dei numeri da record negli scali o nelle stazioni se poi non siamo capaci di tutelare il decoro urbano proprio lì, davanti ai nostri gioielli più cari. La bellezza è una responsabilità che dovremmo sentire sulla pelle: vederla così mortificata è un peccato che, per chi ama questa città, neanche il miracolo del sangue del nostro Patrono potrebbe lavare via senza un sincero sussulto di dignità.

*pedagogista