di Vincenzo D’Anna*
La zona di cui oggi ci interessiamo è la ridente Valle Caudina, la cui porta topografica è la stretta gola montuosa vicino a Caudio (tra i moderni comuni di Arpaia e Montesarchio, in Campania), nella quale l’esercito dell’antico popolo Sannita sconfisse le quadrate legioni romane nel 321 a.C., sottoponendo i fieri romani all’umiliazione del “Giogo”, ossia a passare, inchinandosi, sotto un asse trasversale. Ne parliamo perché interessata, ancora una volta nel giro di qualche anno, a un vasto incendio di materiali dai cui fumi si sprigionano veleni di vario genere, appestando le popolazioni del circondario e, ancor più gravemente, inquinando pascoli e raccolti agricoli. Un dramma che non si risolve in poco tempo: un danno arrecato all’intera catena biologico-alimentare e zootecnica. Si tratta, in buona sostanza, della dispersione massiva di interferenti ecotossicologici, che mineranno la salute di un’intera generazione. La Biologia Ambientale e l’Epigenetica (le interferenze sull’espressione dei nostri geni posti a contatto con gli inquinanti) sono in grado di predire gli effetti nocivi e l’instaurarsi di malattie tumorali di ogni specie e gravità. La gente comune lo ignora: passato il fastidio iniziale, riterrà concluso il pericolo esiziale, essendo l’inquinamento divenuto diffusamente microscopico e non più macroscopico. Chi pagherà per questo scempio? Temo di poter dire: nessuno. Il caso, stavolta doloso, si è ripetuto con l’incendio di un capannone sequestrato e sottoposto a cura commissariale, stracolmo di materiale sequestrato per un traffico di rifiuti tra la Campania e la Puglia, denunciato dalla Regione Apula. Ma quello che stavolta viene fuori non è solo la responsabilità dei lestofanti che organizzarono il traffico dei rifiuti, la cui natura andava accertata per il grado di pericolosità ambientale che essi portano con sé, quanto quella delle istituzioni successivamente intervenute. Una responsabilità pubblica che richiama alla mente il brocardo latino “Quis custodiet custodes?”, ossia: chi custodirà i custodi? E tali gravi inadempienze in capo alle istituzioni preposte a custodire quanto sequestrato e illecitamente commerciato emergono da quanto denuncia il comitato civico sorto nella zona allorquando si verificò l’incendio non doloso della fabbrica di materiale plastico e che si interessa delle questioni ambientali. Dalla denuncia civica emerge che il preposto curatore del capannone fu autorizzato dalle istituzioni competenti a vendere le attrezzature utilizzate per lo stoccaggio e il trattamento dei rifiuti esistenti, ossia a spogliare il sito abusivo degli strumenti necessari che potevano occorrere in loco per ogni evenienza. Il ricavato, una dozzina di migliaia di euro, pare sia servito a pagare stipendi e spese del commissario. Insomma, lo Stato ha depredato l’azienda degli strumenti per far fronte al pagamento del custode giudiziario. In parole povere, dice l’associazione ambientale: “Mesi prima del rogo, il sito veniva privato dello strumento essenziale per prevenire e arginare i focolai. I conti correnti societari – presso la Banca Popolare Province Molisane – venivano stretti dal cappio delle procedure, mentre i macchinari sparivano sotto gli occhi della custodia giudiziaria”. Lo Stato vendeva all’asta le pale gommate usate per movimentare e gestire i materiali in sicurezza; dentro i capannoni si accumulavano montagne di rifiuti fuorilegge, fino a 70 volte oltre i limiti consentiti, come scoperto dai Carabinieri del NOE! Storia di scempi di ordinaria prassi in Regione Campania, ove la decennale gestione di Vincenzo De Luca, vulcanico affabulatore e moralista a giorni alterni, non ha mai voluto affrontare la questione degli impianti di smaltimento dei rifiuti e della loro gestione. Indossato il saio verde degli ambientalisti duri e puri, hanno inanellato una serie di provvedimenti rivelatisi pannicelli caldi; nella sostanza, i rifiuti continuano a finire nelle discariche oppure, trasformati in ecoballe di tal quale, vengono stivati e custoditi in appositi e costosi siti di stoccaggio, mentre in parte sono avviati all’estero o in altre regioni, onerosamente. A questo calcolato disinteresse, a questo preconcetto ostracismo verso gli impianti di termovalorizzazione et similia, si somma la conclamata infiltrazione della malavita organizzata, che viene plurimamente scovata da magistrati e forze dell’ordine. Il combinato disposto della furbizia politica di non decidere e degli interessi miliardari che ruotano intorno ai rifiuti è la cornice entro la quale si mantiene la “Terra dei Fuochi”. La gente dà uno sguardo e passa appresso, salvo poi pagarne le conseguenze. Beato è quel popolo che non ha bisogno di eroi.
*già parlamentare










