di Vincenzo D’Anna*
Roma, 29 giugno 2026 – Chiunque abbia la presunzione di definirsi di orientamento politico liberale non può non aver letto uno dei testi base di quella dottrina politica, ossia “La democrazia in America”, scritta da Alexis de Tocqueville, filosofo e storico francese, uno dei protagonisti del liberalismo europeo dell’Ottocento.
L’opera è un trattato sul funzionamento della democrazia a stelle e strisce, oltre che un confronto tra gli esiti costituzionali e i modelli di Stato prodotti dalle due rivoluzioni: quella americana e quella francese. La prima culminata con la Convenzione di Filadelfia del 1787, durante la quale venne redatta la Costituzione degli Stati Uniti; la seconda con quella di Parigi del 1791, basata sui princìpi della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino dell’epopea rivoluzionaria transalpina. In sintesi, la Costituzione di Filadelfia, composta da sette articoli e successivamente integrata dai primi dieci emendamenti, il cosiddetto “Bill of Rights”, disegna uno Stato minimo e assegna direttamente ai cittadini l’esercizio delle libertà, affidando allo Stato il compito di garantirne il pieno esercizio. Quella francese, molto più pletorica, individua invece nello Stato il depositario delle libertà, che poi riconosce ai cittadini. Una diversità sostanziale che ha permesso agli americani di avere lo Stato al servizio dei propri diritti e agli europei l’esatto contrario, quello di essere sottomessi all’istituzione “pubblica”. Una differenza che nel corso del tempo ha inciso profondamente sulla tipologia dei rapporti tra le due sponde dell’Oceano. Per Tocqueville le società umane, così come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà di cui dispongono i cittadini, che devono poterla esercitare in conformità alle leggi, ma che resta comunque una loro autonoma prerogativa e non una concessione dello Stato. Se pensate che tutti i regimi totalitari si instaurano allorquando si postula che sia lo Stato a concedere le libertà agli individui e che da questo nasca lo Stato onnipotente e onnipresente, capirete quanto grande sia la differenza concettuale e fattuale tra i due modelli costituzionali e statuali di Filadelfia e di Parigi. La democrazia americana pone il cittadino e le sue libertà prima dello Stato. Che in quella antica e grande democrazia qualcuno tenti di modificare le regole del gioco, ossia il sistema elettorale e le modalità di accesso al voto, è cosa non da poco conto, che non interessa soltanto il popolo americano ma tutti coloro che guardano a quel modello liberale. Se a voler cambiare le regole del gioco è proprio il Presidente degli Usa, e se quel presidente si chiama Donald Trump, con la sua idea sbrigativa e piuttosto rozza della democrazia e delle istituzioni, la questione diventa molto delicata e di interesse mondiale. E tuttavia, sia nel Vecchio Continente sia nel Belpaese, di tutto questo poco o niente si conosce. Pochissimi sono informati sulla legge in discussione al Senato americano chiamata SAVE Act, acronimo di Safeguard American Voter Eligibility Act. In parole semplici, il miliardario newyorkese che oggi siede alla Casa Bianca e che insulta, provoca, minaccia, ricatta e guerreggia con mezzo mondo, vuole cambiare le regole di accesso al voto per i cittadini statunitensi. In buona sostanza esige che ciascun elettore, per poter votare, dia concreta prova di essere in possesso della cittadinanza americana, requisito che attualmente viene attestato mediante autocertificazione. La proposta prevede invece l’esibizione di uno dei seguenti documenti originali: passaporto statunitense valido, certificato di nascita, certificato di naturalizzazione o altra documentazione idonea prevista dalla legge. Sembra, a prima vista, una semplice e banale modifica di tipo amministrativo, tutt’al più una complicazione burocratica, ma non è come sembra se a spingere e a farne motivo di rottura con il Senato è il presidente degli States. Se quest’ultimo arriva a subordinare la firma di un altro provvedimento, già approvato all’unanimità da democratici e repubblicani e atteso da milioni di americani, all’approvazione del SAVE Act; se le insistenze e il condizionamento provengono da un presidente in carica al minimo storico nei sondaggi di gradimento; se quel presidente ha recentemente subito una significativa battuta d’arresto in Senato sulle questioni riguardanti i suoi poteri in materia militare; se, secondo i sostenitori dell’attuale sistema, i casi documentati di voto da parte di persone prive della cittadinanza americana sono stati estremamente rari nella storia elettorale degli Stati Uniti, la vicenda esce dai binari di un semplice atto amministrativo. Credo siano fondate le perplessità di coloro che vedono in questa iniziativa un tentativo di limitare, complicandolo, l’accesso al voto in una nazione dove, per esercitare il diritto di voto, è già necessario iscriversi preventivamente nelle apposite liste elettorali. Cave canem direbbero i latini…
*già parlamentare *










