La grande menzogna italiana: Fascismo perenne e Comunismo dimenticato
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 28 giugno 2026 – Fu Rocco Buttiglione, filosofo e uomo politico post-democristiano, a sintetizzare efficacemente il motivo per cui nel Belpaese sopravvive una grande menzogna storica che ha attraversato tutta la politica italiana dal dopoguerra a oggi: quella del persistente e immarcescibile pericolo fascista, mentre sarebbe stato dimenticato quello, altrettanto pericoloso per le sorti della democrazia, del comunismo. Secondo Buttiglione, il fascismo fu considerato un male assoluto, il comunismo un male storico, ossia transitorio, una dottrina politica destinata a esaurire i propri scopi nel tempo. Sulla scorta di questa felice intuizione è possibile spiegare perché, a oltre un secolo dalla sua fondazione, il fascismo venga ancora rappresentato come un’idea dello Stato e della società sempre pronta a rigenerarsi e riproporsi, mentre con la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, e la dissoluzione dell’impero sovietico e dei suoi paesi satelliti sparsi nel mondo, tutto sia stato poi cancellato.
Da noi non passa giorno senza che un ex militante comunista impartisca lezioni di liberal-democrazia, pur senza aver mai fatto abiura dei propri pregressi convincimenti. Così politici autorevoli dell’ex Pci, come Giorgio Napolitano e Massimo D’Alema, sono assurti alle più alte cariche istituzionali e di governo senza suscitare alcun “allarme democratico”. Insomma, tanti ex comunisti hanno goduto di una palingenesi senza passare attraverso una riabilitazione sul piano culturale, né dover dichiarare apertamente una scelta di campo antitetica rispetto ai propri originari convincimenti. E non c’è stagione politica nella quale qualcuno non denunci il rischio di una svolta autoritaria di destra lungo lo Stivale, senza però spiegare cosa sia diventata realmente la sinistra post-comunista e post-marxista. Tantomeno ci hanno mai chiarito cosa sia sopravvissuto di quel modello socio-economico di Stato, se non il continuo mutare della denominazione con cui si presentano: progressisti, ambientalisti, pacifisti, solidaristi e così via, continuando imperterriti nella comune critica al capitalismo, al libero mercato, alla libera iniziativa, allo Stato minimo, alla ricchezza alla proprietà privata, alle libertà individuali, quelle indisponibili al potere statale. Da dove nasce questa differenza di trattamento storico tra due ideologie parimenti liberticide e certamente nefaste per la democrazia? Perché esiste un comodo oblio storico, culturale e politico per i crimini, il terrore e la miseria connessi ai regimi comunisti, ovunque quel sistema di governo si sia realizzato? Eppure basta consultare i resoconti degli storici, di ogni estrazione e orientamento politico, per constatare che quei regimi sono stati, sotto ogni profilo, immensamente peggiori. La risposta risiede in una sola parola: egemonia culturale. Un sistema di occupazione della scuola, dell’università, della stampa, del cinema, del teatro e dell’arte, posto metodicamente in essere dai cosiddetti intellettuali organici alla cultura marxiana. E quando questo non è bastato, è venuta in loro soccorso una magistratura politicizzata, quella che utilizza la giurisdizione ed interpreta le leggi per perseguire finalità e scopi ultronei e diversi. Un semplice esempio: ancora oggi trovate facilmente in libreria decine di volumi di autori di quella impostazione culturale di sinistra, storie romanzate della dottrina comunista ed il racconto di un’epopea edulcorata, confezionata ad arte per il grande pubblico. Provate invece a trovare con la stessa facilità libri di filosofi, economisti, storici e intellettuali liberali: avrete diritto a un plauso. Sul versante conservatore, della destra politica troverete soprattutto libri su Mussolini e i suoi gerarchi, sulle guerre coloniali e sui misfatti del fascismo. Eppure persone di grande ingegno, cultura e talento militarono nelle file comuniste, ne sostennero e diffusero l’idea. Come mai seppur avveduti ed istruiti questi finirono coinvolte in quella grande rete politica illusoria e mendace? La risposta è altrettanto semplice e lapidaria : la doppiezza comunista. Un requisito indispensabile per celare il vero volto del comunismo reale, i suoi reconditi scopi e la spietata repressione con la quale si manteneva al potere, e che trovò in Palmiro Togliatti il principale interprete italiano. Sul “Migliore” basterebbe leggere “Togliatti 1937”, di Renato Mieli, padre di Paolo, già direttore dell’Unità, uscito dal Pci nel 1956 dopo la sanguinosa repressione russa d’Ungheria. Oppure “La prova”, di Paolo Robotti, cognato di Togliatti, riparato in Russia e scampato alle purghe staliniane. Attraverso le decisioni del Comintern, l’ufficio politico comunista, furono arrestati, deportati nei gulag o fucilati circa millecinquecento comunisti italiani, dei quali circa centocinquanta vennero giustiziati come “controrivoluzionari” o trockisti. Tra questi Edmondo Peluso, dirigente comunista e tra i fondatori del Pci a Livorno nel 1921 e con lui migliaia di “ compagni” europei. Ma vi fu di più. Elena Aga-Rossi e Victor Zaslavsky, nel libro “Togliatti e Stalin. Il Pci e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca”, dimostrano per tabulas che il Pci non era soltanto un partito nazionale, bensì anche una sezione del movimento comunista internazionale, guidato dall’Unione Sovietica. Uno strumento nelle mani di Stalin. La “doppiezza”, dunque, non era una posizione politica tra l’anima legalitaria e quella rivoluzionaria del Partito, ma tra essere un partito italiano oppure una sezione del Comintern. Testimonianze e prove che dovrebbero essere rese note diffusamente, indurre a riflettere sul ruolo del comunismo italiano tutti coloro che ancora oggi lo considerano un radioso avvenire dell’umanità. Insomma per quei loro eredi e gli eterni antifascisti militanti, che da queste parti si saranno anche adeguati ai tempi, ma non potrebbero parlare ex cattedra di libertà.
*già parlamentare










