di Vincenzo D’Anna
Roma, 16 giugno 2026 – Una trasmissione radiofonica, e successivamente il suo format televisivo, riscosse notevole successo negli anni ’70 del secolo scorso, fino a diventare un cult per un’intera generazione. Condotta da Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, si chiamava “Alto Gradimento” ed ebbe picchi di ascolto altissimi per quei tempi.
La sceneggiatura del programma, ironica ed irriverente, si avvaleva della collaborazione di alcuni artisti improvvisati che, con le loro gag esilaranti, interpretavano personaggi di fantasia comici e grotteschi, svolgendo anche un’intelligente critica alla mentalità ed ai costumi sociali dell’epoca.
Era da poco trascorso il “Sessantotto”, con il suo carico di scontri politici e contestazioni che, partendo dalle università, divennero di tipo generale allargandosi a tutto il sistema. Senza mai scadere nella partigianeria politica, nell’offesa personale, nella becera denigrazione e nella pretesa di ergersi a strumento di lotta oppure di emancipazione socio-culturale, in quel programma si dileggiavano con ironia il potere costituito, i costumi e la mentalità allora in auge.
Ancora oggi, per i giovani di quel tempo, resta vivo il ricordo di Mario Marenco, architetto e designer di fama, che interpretava personaggi surreali come il generale Damigiani, un alto ufficiale svampito e confusionario, oppure il colonnello Buttiglione. Parimenti memorabile era l’attore comico Giorgio Bracardi, che interpretava l’immaginario nostalgico fascista nelle vesti del Federale Catenacci.
In quel programma non mancava la critica al militarismo ed una opzione in favore del pacifismo. Erano quelli i tempi della Guerra Fredda tra Usa e Urss e della rincorsa delle due superpotenze a dotarsi di un arsenale atomico. Solo che quella critica, lungi dall’essere apodittica, veniva condita di gusto e di garbo.
Ricordando quei tempi sovviene alla mente l’adagio popolare secondo cui la realtà supera di gran lunga la fantasia, ossia che le trame raccontate negli spettacoli, anche quelli più surreali, traggono perlopiù origine da esempi e situazioni della concreta realtà.
Ed appare veramente difficile non accostare a quei personaggi piuttosto grotteschi le recenti uscite dell’ex generale Roberto Vannacci che, nell’enfasi di celebrare la costituzione del suo nuovo partito, si è avventurato in dichiarazioni tanto surreali quanto contigue al comico, condite di populismo a buon mercato.
Espressioni forse figlie di un’oratoria esacerbata, della volontà di distinguersi dalla restante parte dello schieramento politico di centrodestra e di porsi come antagonista viscerale della sinistra. Più che un discorso programmatico, quello di Vannacci è sembrato una via di mezzo tra gli sproloqui del colonnello Buttiglione e le intemerate del Federale Catenacci.
Un parlare alla pancia dei presenti, contanti di stivaloni e dell’orbace del condottiero. Tuttavia, dall’enunciato generalizio emerge che, più che un acerrimo avversario della sinistra, l’ex alto ufficiale pare destinato a trasformarsi in un alleato della stessa.
Innanzitutto perché le posizioni politico-programmatiche esposte hanno già dato fiato e vigore alle trombe degli oppositori di Giorgia Meloni, che lanciano anatemi su una destra eversiva ed irresponsabile, facendo di tutta l’erba un fascio.
Inoltre, con quella piattaforma programmatica ed assertiva sarà ben difficile che Vannacci possa trovare una sintesi programmatica ed elettorale con la coalizione di centrodestra, determinando in tal modo la vittoria del centrosinistra, pronto a beneficiare della divisione del fronte avversario.
Insomma: una manna caduta dal cielo per la trimurti Schlein-Conte-Fratoianni.
Ma, in buona sostanza, cosa ha detto Vannacci? Semplice: ha invitato le donne a stare a casa per accudire figli e famiglia, lasciando il posto di lavoro agli uomini disoccupati. Ha ritenuto il reato di femminicidio, e le correlate aggravanti di pena, una discriminazione verso il genere maschile.
Ha ribadito il mantra del “pacifismo equidistante” tra Russia ed Ucraina, dimenticando chi sia l’aggressore e chi l’aggredito. Ha insistito sulla lotta all’immigrazione clandestina e sul rimpatrio dei migranti come se questi provenissero da Paesi ove poterli riconsegnare senza difficoltà, alla stregua di un banale cambio di residenza.
Ma oltre a quanto detto, che ha i toni dell’oscurantismo culturale e del qualunquismo progettuale, ancor più grave è ciò che Vannacci ha taciuto, ossia uno straccio di programma politico degno di quel nome.
Il generale non ha infatti citato un modello socio-economico, né qualcosa che riguardi le riforme di sistema necessarie al Belpaese; ha invocato una scuola più selettiva senza indicarne le modalità. Ed ancora: il vuoto pneumatico sul ruolo e la funzione dello Stato e sui rapporti di quest’ultimo con il mercato.
Men che meno ha profferito parola sulle libertà economiche ed individuali, sulla riduzione dei monopoli statali, sul contenimento del debito pubblico, sulla riforma fiscale e su quella elettorale, nel più vasto contesto della crisi dei partiti trasformatisi in ditte personalizzate, come il suo medesimo.
Niente su quella ormai cronica e conflittuale controversia tra politica e magistratura. Insomma, nulla che possa identificare Vannacci come leader o comprimario di una proposta di governo della nazione nell’ambito del centrodestra.
In soldoni, occorre chiedersi a cosa sia servita la costituzione di un’altra ditta personalizzata e quale sia l’utilità fattuale per opporsi alla sinistra, se il risultato concreto rischia di essere l’indebolimento elettorale della destra.
Insomma, nel suo intervento congressuale non si rintracciano né novità programmatiche realizzabili né una chiara utilità politica strategica. A ben vedere, l’impressione che se n’è ricavata è il ricordo dei personaggi irreali e strampalati di Alto Gradimento.
*già parlamentare











