Tassare i patrimoni, ossessione della sinistra

di Vincenzo D’Anna*

Tassare sembra essere il verbo maggiormente declinato dalla sinistra italiana, notoriamente popolata da una moltitudine di
“altruisti”, ossia da coloro che intendono fare del bene con i soldi degli altri.

In omaggio a questa caritatevole quanto gratuita inclinazione, riaffiorano ciclicamente sia l’intenzione di tassare i patrimoni,
sia i cosiddetti “extra-profitti”, categorie che, a quanto pare, sono da ritenere entrambe degne di essere
ulteriormente tosate dallo Stato gabelliere per finalità riguardanti la cosiddetta giustizia sociale.

Quest’ultima viene intesa come una forma di livellamento della ricchezza prodotta dai cittadini, che va ridistribuita dallo Stato
attraverso il prelievo fiscale: un surplus di benessere ritenuto eccessivo, considerato non già un merito quanto un sopruso,
non un indice di prosperità ma un fattore che eccita l’invidia e il rancore sociale.

È sulla base di questo rancore che quella ricchezza dovrebbe essere nuovamente tassata, ancorché il patrimonio sia nient’altro che
reddito risparmiato, quindi già tassato con un’imposta progressiva.

Lo stesso vale per gli extra-profitti, sui quali già gravano le imposte, ma rispetto ai quali lo Stato vuole arrogarsi finanche il diritto
di definire quale sia l’ambito di normalità dei ricavi di un’impresa e quali siano quelli da ritenere extra.

Insomma, entrare nelle dinamiche di un’impresa o di un’attività commerciale per stabilire quale sia il limite dell’utile d’impresa,
cancellando l’autonomia della gestione imprenditoriale.

Ovviamente nessuno si è mai sognato di definire le extra-perdite di un’impresa che, laddove prodotte, non danno diritto ad alcun aiuto
da parte dello Stato, il quale si rende presente soltanto quando gli conviene.

Un’altra diffusa menzogna è quella secondo cui quei redditi vadano tassati perché è lì che si annida l’evasione e perché sarebbe giusto
aumentare il carico fiscale sui redditi alti, che in Italia è già elevato.

Tuttavia ci si dimentica che in Italia a farsi carico dell’80% dell’Irpef incassato dallo Stato sono 11 milioni di persone, cioè un quarto
dei contribuenti.

In sostanza, buona parte di quanto si incassa deriva proprio dalla tassazione di chi produce ricchezza.

Per farla breve, si vuole colpire il lavoro autonomo e la libera impresa, tutto quello che non è gestito direttamente dallo Stato,
disincentivando chi la pratica: la cosa che conta è colpire i ricchi, rei di esserlo diventati.

Che quella ricchezza abbia prodotto lavoro e occupazione non interessa a nessuno, neanche a coloro che della bassa crescita fanno un caposaldo
della loro quotidiana critica al Governo.

Eppure, secondo le stime degli economisti, l’Italia è il quinto Paese europeo per imposte calcolate sul patrimonio.

Ma a sinistra piace la parola “patrimoniale” perché dà l’impressione che a pagare le tasse non siano le persone, ma le loro ricchezze.

Peccato che le imposte non le paghino i patrimoni, né le case, né le rendite finanziarie, ma persone in carne e ossa che hanno sudato,
lavorato, assunto rischi e investito denaro per produrre quei patrimoni.

E gran parte del patrimonio italiano è fatto di immobili. Gran parte degli immobili sono le case di proprietà delle famiglie italiane,
gravate da tasse comunali come IMU e TASI, calcolate sul patrimonio.

In Italia l’aliquota massima del 43% si applica ai redditi superiori ai 50 mila euro; in Cina la stessa aliquota si applica oltre i 120 mila euro,
partendo da un’aliquota di appena il 3%.

Ai sinistroidi italiani dovrebbe essere noto che la rivoluzione industriale dei loro “compagni” cinesi è iniziata allorquando, nel Paese della Grande Muraglia,
Deng Xiaoping disse: “Arricchirsi è glorioso”.

Un’espressione inimmaginabile in bocca a Elly Schlein o Giuseppe Conte.

Questi ultimi non capiscono che coloro i quali dispongono di grossi capitali non hanno problemi a spostarli altrove; che oggi investire in uno Stato che pretende
la metà di quello che guadagni, di definire quali siano i limiti accettabili del profitto, con cause civili che durano decenni, sindacati politicizzati e malavita organizzata
che taglieggia le imprese, significa essere più eroi che imprenditori.

La sinistra italiana, ormai priva di grandi leader politici che avevano cultura collettivista ma anche pragmatismo da vendere, si aggrappa a stereotipi consunti e sorpassati,
a pregiudizi utili a indicare un nemico.

Se si spaccia per equità la tassazione per aumentare la spesa pubblica si sollecita il rancore sociale.

In sintesi: il nemico sono i ricchi!!

In parole povere, meglio dare ai propri elettori qualcuno da odiare che immaginare soluzioni ai problemi.

Una visione politica ed economica vecchia, stantia e anacronistica nel mondo post-globalizzato.

Meloni sembra De Gasperi perché nel campo largo sono rimasti a Marx.

*già parlamentare

sofia flauto