di Vincenzo D’Anna*

“Pecunia non olet”: così affermò, secondo la tradizione, l’imperatore romano Vespasiano allorquando introdusse il pagamento per l’uso dei gabinetti pubblici che aveva fatto costruire per le strade dell’Urbe. Lo fece per motivi igienico-sanitari e per il decoro delle strade e delle piazze della città allora ritenuta Caput Mundi. A chi criticò la disposizione dell’imperatore, che obbligava i cittadini a pagare per usufruirne, rispose che il denaro non puzza, ossia conserva il proprio valore anche se proviene da un contesto maleodorante. Un modo di dire diventato idiomatico e largamente usato nei secoli a venire per indicare un’attività lucrativa che non presenta requisiti gradevoli e accettabili. È forse questo il caso degli arretrati contrattuali dovuti a circa 11.200 magistrati e a 8.000 alti funzionari statali. Per la serie: predichiamo il sublime, ma pratichiamo il mediocre, quindi reclamiamo la vile moneta. Infatti questo ristretto gruppo di dipendenti dello Stato ha ottenuto dal Tribunale amministrativo regionale una sentenza sulla corretta modalità di calcolo degli arretrati loro spettanti. Tra i giudici chiamati a pronunciarsi figurano i magistrati dei tribunali amministrativi, chiamati quindi a giudicare una vertenza che li riguarda direttamente. !! La questione è tecnica e non di semplice comprensione per i non addetti ai lavori, ma non tanto complicata da non poter essere spiegata e commentata. È il caso di dire che, in soldoni, la sentenza aumenta di circa un miliardo di euro l’ammontare degli arretrati da corrispondere ai funzionari ed ai togati qualunque sia la giurisdizione esercitata. Così per Prefetti ed ai dirigenti apicali di vari enti statali e delle Authority. Una somma che graverà sulle casse dello Stato, e secondo Giorgia Meloni, ancorché tale obbligo derivi da una sentenza quei soldi servono altrove, viste le particolari contingenze e le esigenze economiche del Belpaese in questo particolare momento. Ma la polemica non riguarda soltanto il momentaneo rifiuto del capo del Governo di provvedere all’esborso, bensì anche la contestazione del metodo di calcolo degli arretrati spettanti a questo segmento numericamente molto limitato di dipendenti statali. Insomma, il ricorso e la relativa sentenza favorevole fanno leva su un cavillo, ossia sulla mancata esauriente specificazione legislativa delle modalità di calcolo degli arretrati. Questi particolari dipendenti dello Stato godono di un adeguamento automatico degli stipendi ogni tre anni, calcolato sulla media degli incrementi contrattuali previsti per tutti gli altri dipendenti statali. Così recitano, senza ulteriori e più chiare specificazioni, la legge n. 27 del 1982 e l’art. 24 della successiva legge n. 448 del 1998. Tuttavia, i Governi che si sono succeduti da decenni calcolano gli aumenti triennali sulla base della media “ponderata”, ossia tenendo conto anche del numero degli altri dipendenti statali, e non della semplice media aritmetica. Per farla breve, la media ponderata tiene conto anche del numero dei altri beneficiari degli aumenti e non solo del numero dei magistrati e degli alti funzionari. Non si calcola, dunque, la media semplice degli incrementi di una singola categoria, ma si considera anche il numero complessivo dei dipendenti interessati. Si introduce così un “indice di peso”, un correttivo alla media aritmetica semplice rappresentato, nel caso specifico, dalla platea di tutti i dipendenti statali cui spetta l’adeguamento stipendiale. Se, invece, calcoliamo la media soltanto sugli alti dirigenti oppure i togati, che sono poche migliaia di persone, il valore medio sarà più alto. Sarà, invece più basso se includiamo nel calcolo anche le altre categorie, ossia alcuni milioni di dipendenti. Insomma, allegoricamente parlando, il “ becchime” va ripartito per tutto il pollaio e non solo per le galline bianche. Dal punto di vista strettamente giuridico, il cavillo invocato dai magistrati, cioè l’obbligo di utilizzare la media aritmetica semplice, ha retto al giudizio dei loro colleghi, chiamati a decidere. In interpretazione letterale della legge che non parla di media ponderata ma che, semplicemente, non specifica quale metodo debba essere utilizzato. Dal punto di vista etico e politico si tratta, invece, di una smaccata ingiustizia, di un odioso privilegio che tratta in modo diseguale persone uguali, ossia tutti i dipendenti statali. Per dare al discorso un senso compiuto, basti considerare che a un dipendente pubblico toccheranno arretrati di alcune migliaia di euro, mentre per un magistrato si supereranno i centomila euro. Ma, finché la legge non cambierà, i calcoli andranno rifatti applicando la media semplice e lo Stato dovrà pagare la differenza. Converrà precisare che il Governo Meloni eredita una questione che si trascina dal Governo presieduto da Mario Draghi. Tacciono le opposizioni, tace la Cgil, pensose sul fatto che le famiglie dei poveri magistrati, e dei burocrati di alto rango, senza quel tipo di aumenti, rischino di poter non arrivare a fine mese.

*già parlamentare