di Vincenzo D’Anna*

“Corsi e ricorsi storici”, scriveva il filosofo Giambattista Vico: la Storia riaffiora nel tempo per il tramite delle umane passioni che, mutatis mutandis, si ripropongono identiche, ma sotto altre sembianze. Un eterno divenire che nasce dalle idee che gli uomini coltivano nel corso dei secoli e che hanno identiche radici. Libertà, giustizia e diritti sociali sono il minimo comune denominatore delle ideologie che connotano l’agire umano e, come tali, si ripresentano sotto le mentite spoglie di un diverso portato culturale, apparentemente tale, ma sostanzialmente identico nella sua intima natura. Esso si materializza in atti ideologici che, come tali, affondano le radici nella matrice politica e sociale. Nel caso che qui trattiamo, la matrice è particolare, di tipo teologico e di fede: un incipit che, pur avendo una sorgente non laica, ma religiosa, finisce per proporsi gli stessi scopi di quelli che comunemente chiamiamo progetti politici. Insomma, non nascono nelle sedi dei partiti o nei circoli letterari, ma nelle sagrestie, nelle istituzioni ecclesiali. I testi religiosi, contenendo verità rivelate, non sono soggetti a critiche sulla loro veridicità, ma danno vita a interpretazioni e assunti diversi. Se la verità è certa per dogma di fede, non la si può assoggettare a verifiche epistemologiche, ossia a prove di conferma o di confutazione: non resta, quindi, che interpretarla nei suoi reali significati. Vi sono letture teologiche diverse e di portata limitata, che non generano uno scisma come avvenne con Lutero e Calvino, ma sono sufficienti ad alimentare un diverso orientamento dottrinale e pastorale anche dentro la Chiesa. Fu questo il caso della Teologia della liberazione, sviluppatasi in America Latina a partire dagli anni Sessanta e affermatasi con la pubblicazione, nel 1971, dell’opera del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez. Essa nasce da una riflessione critica sulla Parola di Dio e sulla povertà, su quella parte di umanità afflitta dal sottosviluppo e dalla miseria materiale che va prioritariamente redenta. Uno scopo, quest’ultimo, che si antepone a ogni altro obiettivo della Chiesa. Ovviamente, si tratta di forzature teologiche che nascono in un particolare contesto sociale, nel quale enormi sono le differenze tra chi è ricco e chi è povero o indigente. Tra i grandi e ricchi possidenti e la massa umana che vive e cresce nelle misere baracche ai margini delle città, le Favelas. La Teologia della liberazione nasce dopo la conclusione del Concilio Vaticano II e le sue aperture in campo dottrinale e pastorale, che qualche vescovo latino-americano interpretò estensivamente e così intese applicarle. Per i vescovi latinoamericani, l’America del Sud non era solo “sottosviluppata”, ma presentava un assetto politico-istituzionale che contrastava con la Parola di Dio negando carità e giustizia, trascurando e mortificando gli oppressi. Insomma, la Bibbia non andava più letta solo nei palazzi vescovili e nelle chiese, ma anche nelle favelas. Fu così che videro la luce le cosiddette Comunità di base: gruppi di una ventina di persone che leggevano il Libro Sacro e, al contempo, discutevano con il prete delle disuguaglianze sociali, del latifondo, della dittatura, del debito estero, della povertà diffusa e di un divario sociale inaccettabile. La salvezza dell’anima doveva quindi tradursi anche in liberazione sociale, in una lotta per riequilibrare l’ingiusta distribuzione della ricchezza. Da qui a solidarizzare con i partiti di sinistra (anche estrema!) e con quanti addebitano quei mali al capitalismo, il passo si rivelò breve. L’errore di fondo dei prelati fu non capire cosa fosse veramente il capitalismo, quali fossero le potenzialità, le prospettive del libero mercato, il valore della certezza dei diritti e delle libertà, nonché delle libere e democratiche istituzioni di cui il mercato ha bisogno per operare in un regime di corretta concorrenza. Non seppero vedere, costoro, il progresso e la possibilità di beni prodotti a basso prezzo ed accessibili a tutti, la occupazione che nasce dalla libera impresa, il divario tra gli stili di vita del mondo occidentale e quelli dei Paesi sottoposti alle dittature del proletariato. Fu così che “ santità” e cecità politica andarono a braccetto! Un errore non tanto perché si arrivò a ridurre il Vangelo in una sorta di manuale di politica e il messaggio stesso di Cristo a una forma di socialismo, quanto perché con la dottrina marxista quei problemi non videro mai la loro risoluzione, se non riducendo forzosamente tutti gli uomini ad una condizione di uguaglianza prossima alla povertà, sottoposti alle dispotiche nomenclature di partito. Figlio diretto di quella scuola fu il gesuita Jorge Mario Bergoglio, assurto al pontificato con il nome di Francesco, che ha tentato in tutti i modi di piegare la dottrina sociale della Chiesa a quella della Teologia della liberazione, alimentando sconcerto tra i veri fedeli, aumentando il compiacimento degli “atei devoti” e svuotando ulteriormente chiese e seminari. Continuatore di questa teoria bergogliana pare essere il cardinale Matteo Zuppi, che ha trasformato la CEI in una sezione della sinistra. Si occupa più degli islamici che dei cattolici; in Medio Oriente, per esempio, non si è mai accorto delle malefatte di Hamas, né di quanto fossero perseguitati i cristiani dai musulmani, ne’ del loro modo di concepire l’esistenza. Insomma non ha letto il discorso di Ratisbona di Papa Ratzinger. Ora propone alla CEI l’ora di religione musulmana, mentre a Teheran penzolano dalla forca gli eretici. Un’ira di Dio, Zuppi !!

*già parlamentare