Stato e burocrazia. Il mito del posto fisso
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 8 agosto 2026 – Un vecchio adagio degli economisti liberali recita: più funzioni, più funzionari. In questa massima lapidaria si rintraccia uno dei mali storici dello statalismo: l’iperplasia della pubblica amministrazione. In Italia essa conta circa 3,3 milioni di addetti, con un costo che supera i 200 miliardi di euro, seconda voce di spesa del bilancio dello Stato, onnipresente e onnipotente.
La precedono soltanto le pensioni, che assorbono oltre 420 miliardi di euro; seguono la sanità, con circa 150 miliardi, e gli interessi sul debito pubblico, oltre 100 miliardi, necessari a finanziare un debito complessivo di circa 3.000 miliardi di euro. Sommate, queste voci assorbono oltre tre quarti delle risorse disponibili. Trattandosi di spese fisse e ricorrenti, rappresentano un fardello enorme. E non sono le uniche a gravare sui conti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Se un’impresa privata avesse costi fissi di tale entità, porterebbe i libri contabili in tribunale. La situazione appare ancora più evidente se si considera che, qualora lo Stato non riuscisse a collocare i titoli del debito pubblico, non potrebbe pagare stipendi e pensioni. La sopravvivenza stessa del Paese è dunque legata alla capacità di vendere BOT, BTP, CCT e altri titoli nelle periodiche aste di mercato.
Si vive alla giornata, confidando anche nell’andamento dello spread, cioè della differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, considerati il riferimento europeo in termini di affidabilità.
La ridondanza della burocrazia resta però una palla al piede non tanto per il costo degli stipendi, quanto perché rappresenta l’epifenomeno di un male ancora più grave: la giungla di norme, leggi, codici, regolamenti, linee guida e circolari che richiede proprio quell’esercito di impiegati per essere gestita. Per il cittadino ciò significa controlli, verifiche, autorizzazioni, interpretazioni, ricorsi e continui rapporti con gli uffici dello Stato.
Una selva di carte da vidimare, registrare e approvare che, troppo spesso, finisce per dipendere dalla disponibilità del funzionario di turno. Da qui nasce un’altra celebre massima: la burocrazia è anonima e irresponsabile, crea difficoltà per vendere benefici. Non di rado il calvario del cittadino termina davanti al Tribunale Amministrativo Regionale o al Consiglio di Stato, dovendo instaurare una controversia contro la pubblica amministrazione dinanzi a un giudice speciale.
Una scelta del legislatore che sembra considerare il cittadino quasi un suddito, destinatario di norme diverse da quelle che regolano i rapporti tra privati. Eppure non passa governo che non invochi semplificazione e deregulation. Puntualmente, però, la semplificazione si traduce in nuove leggi, composte da decine di articoli e centinaia di commi.
Intanto il Ministero della Funzione Pubblica informa che la pubblica amministrazione continua a crescere, cambiando età e profili professionali. Aumentano gli under 30 e i laureati; trainano soprattutto Istruzione e Ricerca, con circa 60 mila addetti in più nel biennio, e la Sanità, con altri 32 mila. Il ricambio generazionale, tuttavia, procede lentamente: la maggioranza dei dipendenti resta ultracinquantenne e molti hanno già superato i 65 anni.
Secondo il Ministero, il principale motore delle assunzioni è stato il PNRR, che avrebbe favorito l’ingresso di nuove competenze nella macchina pubblica. La domanda, però, sorge spontanea: terminati i progetti del PNRR, quali funzioni svolgerà tutto questo personale assunto a tempo indeterminato?
Per paradosso, a soccorrere la burocrazia interviene l’Unione europea con nuovi regolamenti che alimentano ulteriormente la produzione di adempimenti. Da agosto saranno progressivamente eliminate molte confezioni monodose. Meglio il riuso del riciclo, spiegano da Bruxelles. Altre norme, altri controlli, altri controllori. E chest’è.
*già parlamentare











