Le partite di Trump
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 7 luglio 2026 – Se fosse ancora vivo Ennio Flaiano, intellettuale di smisurata intelligenza, scrittore, sceneggiatore e giornalista del secolo scorso, celebre per l’ironia tagliente, il disincanto e la capacità di guardare oltre il contingente, credo che avrebbe dedicato a Donald Trump uno dei suoi più celebri epitaffi: “L’insuccesso mi ha dato alla testa”. Da un insuccesso all’altro, infatti, vaga, ormai, il loquace e maramaldo inquilino della Casa Bianca, arrecando alla politica estera americana danni forse maggiori di quelli inferti dai giapponesi, con l’attacco proditorio a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941.

Tronfio e contraddittorio, attraverso i social, il tycoon inonda il mondo delle sue ondivaghe dichiarazioni, smentendo spesso se stesso. Si attribuisce meriti epocali e vittorie militari strabilianti, mentre reclama il Nobel per la pace. Ovunque metta mano, alla fine prevale l’aspetto economico: la tutela degli interessi commerciali degli Stati Uniti, talvolta intrecciati con quelli del miliardario, mentre le Borse adeguano i propri listini agli umori del presidente americano.
L’estrema volubilità del suo pensiero alimenta dubbi sul suo equilibrio. Una ne fa e tre ne pensa e, alla fine della fiera, tanto la pace quanto la guerra sembrano tradursi in un’acquisizione economica a vantaggio degli Usa. Da sedicente pacificatore ha subordinato il sostegno all’Ucraina a un accordo sullo sfruttamento delle terre rare e dei minerali di cui il Paese è ricco.
In Venezuela ha ottenuto la cattura di Nicolás Maduro, ma ha lasciato intatto il suo apparato di potere, dando l’impressione che l’interesse principale fosse il petrolio più che la liberazione di un popolo ridotto in miseria. Lo stesso copione si è ripetuto in Medio Oriente. Ha sostenuto senza riserve Israele anche quando è andato oltre la legittima difesa, trovando perfino il tempo di immaginare Gaza trasformata in una nuova Miami.
Ha poi attaccato l’Iran e, dopo mesi di tensioni e bombardamenti, si è dovuto accontentare di un’intesa che lascia irrisolta la questione dell’atomica nelle mani degli ayatollah, mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno contribuito a far lievitare i costi dell’energia. Ha dialogato con Kim Jong-un, con Vladimir Putin ad Anchorage e con Xi Jinping a Pechino, suo principale rivale nel ruolo di arbitro del nuovo ordine mondiale.
Ha perfino preteso la Groenlandia come presidio strategico per la difesa degli States, salvo poi desistere. Quanto ai dazi imposti al mondo intero, poi sospesi o ridimensionati, resta difficile individuarne i benefici. Ha incrinato antiche alleanze con la vecchia Europa, indebolendo autorevolezza e coesione della NATO.
Ha blandito questo o quel leader europeo per poi richiamarlo a una subalternità pressoché incondizionata ai suoi progetti: da Giorgia Meloni ai governi di Germania, Francia, Gran Bretagna, Polonia e Spagna. Insomma, non solo ha banalizzato la politica estera americana, facendo il forte con i deboli e il debole con i forti, ma si è anche atteggiato a padrone del vapore.
Poiché la storia si manifesta prima come tragedia e poi come farsa, il ridicolo doveva ancora arrivare. È puntualmente giunto durante i Campionati Mondiali di calcio disputati negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Trump è riuscito a rivendicare perfino un intervento su una decisione della FIFA.
Secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente americano, una telefonata con Gianni Infantino avrebbe contribuito alla revoca della squalifica inflitta al centravanti della nazionale statunitense Balogun, consentendogli di disputare la decisiva sfida con il Belgio. Che sia andata davvero così, tanto è bastato affinché il presidente degli Stati Uniti ritenesse di potersi attribuire un simile potere. Roba da repubblica delle banane, non certo da patria delle libertà.
Perse molte partite sullo scacchiere internazionale, il buon Donald sembra ora voler vincere almeno quelle di calcio. In fondo, Flaiano aveva già scritto anche l’altro noto: “La situazione è grave ma non è seria”.
*giá parlamentare











