Il ballo in mascherina di “Giuseppi”

di Vincenzo D’Anna*

Roma, 6 luglio 2026 – Questa è una storia tutta italiana, nel senso che è tipica della Commedia dell’Arte, forma di rappresentazione teatrale nata in Italia a metà del Cinquecento. All’epoca fu innovativa perché introdusse il professionismo degli attori protagonisti al posto di improvvisati dilettanti. Infatti, l’arte non si riferiva al talento artistico, ma al mestiere praticato da coloro che vivevano dei proventi di quella particolare attività, come veri professionisti.

Traslando il concetto dai guitti rinascimentali ai politici di oggi, credo si possa individuare, per parallelismo, in Giuseppe Conte, per gli amici americani confidenzialmente “Giuseppi”, un classico mestierante che si esibisce nel teatrino della politica nazionale. Erede, oppure, secondo i suoi critici, usurpatore del Movimento ideato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, costui ha beneficiato di una cospicua eredità di consensi elettorali grazie ai quali è riuscito ad assurgere, per ben due volte, alla carica di presidente del Consiglio.

Da sedicente “avvocato del popolo”, è passato alla storia della politica repubblicana per essere stato premier in due governi consecutivi, nella stessa legislatura, sostenuti da maggioranze di segno politiche diverse, ossia di segno opposto. La prima con la Lega di Salvini, poi con il Partito democratico ed in entrambi i casi si è trattato, a mio avviso, di esecutivi raccogliticci e in aperto contrasto con le promesse, le indicazioni ed i programmi elettorali presentati agli elettori.

Dal punto di vista politico, il tratto distintivo di Conte è quello di essere un prodotto prefabbricato, che ha occupato un ruolo di vertice sfruttando un progetto già confezionato, presentato come rivolta contro la “casta” che faceva garrire la bandiera dell’onestà, della trasparenza, del disinteresse e della lotta ai professionisti della politica.

Come sia andata a finire è sotto gli occhi di tutti: è bastato cancellare il reddito di cittadinanza per ridimensionare i consensi di un partito fatto di gente che, in larga parte, vive dei proventi della politica e degli stipendi derivanti da plurimi mandati elettorali.

Il conto più salato, tuttavia, lo hanno pagato i contribuenti italiani che, al termine dell’epopea grillina con “Giuseppi” al timone del governo, hanno visto aumentare il debito pubblico, anche per effetto delle misure adottate durante quella stagione politica: dal reddito di cittadinanza ai banchi a rotelle, fino al Superbonus edilizio.

Ma il vero fiore all’occhiello dell’azzimato avvocato pugliese è stata la gestione dell’epidemia da Covid, nel corso della quale il suo governo dispose l’acquisto di mascherine per un valore complessivo di circa 1,2 miliardi di euro.

Su quella vicenda una Commissione parlamentare d’inchiesta, istituita nella legislatura in corso, sta ricostruendo modalità e responsabilità delle forniture, compresi gli affidamenti effettuati senza gara e il ruolo di alcune società coinvolte, la inidoneità del prodotto acquistato.

Secondo quanto emerso finora nel dibattito parlamentare e giudiziario, una società italiana fornì mascherine per circa 250 milioni di euro, ma non venne pagata; la stessa società fece quindi causa allo Stato, ottenendo in primo grado un’ordinanza favorevole.

Il M5S ha contestato duramente i lavori della Commissione, denunciandone la natura politica e l’intento strumentale. Il vero colpo di teatro, però, è arrivato quando i grillini hanno accusato il governo di aver liquidato 100 milioni di euro a una ditta fornitrice ritenuta vicina a Fratelli d’Italia.

Insomma, una contraccusa, un polverone studiato a tavolino per spostare l’attenzione dalla scabrosa vicenda principale. A ben guardare, però, la biscia si è semplicemente rivoltata contro il ciarlatano: la ditta che ha ricevuto i 100 milioni, infatti, è la stessa che aveva ottenuto la pronuncia favorevole in tribunale e il pagamento è derivato da una transazione che ha ridotto l’esborso potenziale dello Stato da 250 a 100 milioni di euro.

Il presunto favore al fornitore, dunque, senza attendere l’esito dell’appello, nascerebbe proprio dall’accordo transattivo, ritenuto economicamente il più conveniente per l’erario. Ma tanto basta per rovesciare le accuse sui meloniani e su chi intende fare chiarezza su una spesa pubblica di dimensioni eccezionali.

Si dirà che, nel momento drammatico dell’emergenza Covid, tutti possono aver commesso errori. Ma che chi viene oggi chiamato a rispondere delle proprie scelte accusi gli altri è davvero materia da sceneggiatura di un’opera buffa tratta dalla Commedia dell’Arte, che potrebbe essere intitolata “Il ballo della mascherina”.

Se pensiamo che 1,2 miliardi di euro equivalgono a un importo enormemente superiore alla storica maxi tangente simbolo di Tangentopoli, quella dei 300 miliardi di lire, che contribuì a travolgere un’intera classe politica, si comprende come, almeno sul piano della polemica politica, i moralisti di oggi rischino di apparire ben peggiori dei corrotti di ieri.

*già parlamentare