God bless, America!!
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 4 luglio 2026 – Oggi ricorre un anniversario particolare: il 4 luglio 1776 veniva firmata a Philadelphia la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Fu la prima, in assoluto, ad essere assunta quale elemento fondativo di uno Stato repubblicano, in un mondo ove imperava ancora l’assolutismo delle monarchie.

Di lì a pochi anni la Rivoluzione francese diede vita alla seconda Carta costituzionale, quella di Parigi del 1793, che introduceva il suffragio universale maschile, il referendum popolare e il diritto al lavoro e all’istruzione. Anch’essa si ispirava a princìpi considerati rivoluzionari nel secolo dei Lumi, quali la libertà degli individui, il riconoscimento dei diritti personali e istituzioni derivanti dalla democrazia.
Non entrò mai in vigore, a differenza di quella americana. I giacobini la ritennero una mera dichiarazione di principio e, approfittando della crisi interna e della guerra mossa dalle monarchie europee, instaurarono un regime di dittatura rivoluzionaria.
Si può quindi affermare che la Magna Carta a stelle e strisce fu non solo la prima, ma anche l’unica realmente operativa. Non sono pochi gli storici che hanno studiato e paragonato le due Carte, quella di Filadelfia e quella di Parigi, né i politologi che hanno evidenziato come da esse siano in seguito scaturiti sistemi politico-istituzionali sostanzialmente diversi.
Storicamente parlando, la rivoluzione americana fu una scelta di necessità: non sarebbe scoppiata se l’Inghilterra non l’avesse provocata con la repressione attuata nelle colonie d’Oltreoceano ogni qual volta i cittadini di quelle terre chiedevano maggiore autonomia dalla madrepatria.
A Parigi, invece, ci si liberò di una monarchia assoluta e di uno Stato segnato dalla diffusa povertà del popolo, mentre aristocrazia e clero vivevano nell’opulenza. In America le cose erano sostanzialmente diverse.
Sull’altra sponda dell’Atlantico non furono la fame, il bisogno materiale o i soprusi dei ceti privilegiati a muovere i rivoltosi, quanto la volontà di ottenere una migliore condizione sul piano dei diritti e delle libertà individuali, o almeno di evitare quella peggiore preparata dall’oppressivo giro di vite britannico.
In parole povere, gli americani rivendicavano diritti civili; i francesi chiedevano pane e lavoro prima ancora delle libertà.
Ciò che distinguerà i due sistemi scaturiti dalle rispettive Costituzioni, riverberando i suoi effetti ben oltre la Francia e gli Stati Uniti, è il modello di Stato, le prerogative ad esso assegnate e il rapporto con i cittadini e le loro libertà.
Negli Usa sono i cittadini i depositari dei diritti e delle libertà, mentre lo Stato ne garantisce il pieno esercizio. In Francia, e nei paesi europei che ne seguirono il modello, è invece lo Stato il titolare dei diritti e delle libertà, che concede di volta in volta ai cittadini.
La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino francese si fonda su categorie universali – libertà, uguaglianza e sicurezza – che non fanno riferimento né a diritti storicamente esistenti né a diritti naturali, cioè preesistenti allo Stato e, come tali, indisponibili allo Stato stesso.
Questa concezione finisce per creare uno Stato onnipotente e onnipresente, con i suoi apparati burocratici di controllo e di accesso ai diritti, anche a quelli naturali, sino a diventare padrone della vita dei propri governati.
Il cittadino resta formalmente libero, ma è suddito dello Stato che, nel perseguire l’uguaglianza, finisce per imporla, inseguendo l’illusione di poter creare una società di eguali. Così confonde la giustizia con l’uguaglianza, pretende di determinare gli esiti della vita degli individui e, per riuscirvi, deve disporre di tutti i mezzi necessari a stabilire tutti i fini.
In America ciò non avverrà mai, perché l’uguaglianza sarà quella delle opportunità e ciascuno potrà perseguire la propria felicità, come recita la stessa Dichiarazione d’Indipendenza.
Gli americani non delegano allo Stato le proprie libertà, ma pretendono che esso serva il cittadino garantendole. I francesi finiranno invece per venerare l’entità statale come un dio pagano, che concede ai cittadini perfino ciò che spetta loro per diritto naturale.
Può sembrare una dissertazione filosofica, lontana dalla politica, dall’economia e, in fondo, dalla vita quotidiana dei comuni cittadini: materia per costituzionalisti, storici e politologi.
E tuttavia non è così, perché ciò che è reale è anche razionale, trova un fondamento concreto e, se una nazione si dota della madre di tutte le leggi, ossia della Costituzione, tutte le leggi seguenti ne vengono influenzate.
Se nello Stato di diritto la morale risiede nella legge, e la legge nella Costituzione, l’etica pubblica finirà per dovervisi uniformare e, quindi, la vita stessa delle persone ne sarà condizionata.
Per questo chi dalle nostre parti grida “Viva la libertà!” non può non ammirare l’America e la lezione che essa continua a impartire.
God bless, America!!
*già parlamentare
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