Abusi dei magistrati, le licenze indecenti

di Vincenzo D’Anna

Roma, 2 luglio 2026 – Il titolo non vi tragga in inganno: parleremo non degli abusi del potere togato nell’esercizio della giurisdizione, della sempiterna polemica riguardante la politicizzazione e le interferenze dei magistrati sul potere politico e legislativo, né della franchigia loro concessa per gli errori commessi nell’esercizio delle funzioni. Nossignore.

Parliamo di un abuso che potremmo definire “accessorio”, se non addirittura fisiologico, dettato da esigenze particolari. Un abuso che, se commesso da un qualsiasi impiegato dello Stato, sarebbe punito immediatamente e forse anche sommerso dal ridicolo.

Di cosa parliamo? Del vizio di urinare in bottigliette di plastica che vengono poi diligentemente conservate nell’armadio dell’ufficio. Quell’impiegato verrebbe licenziato e, forse, riassunto da un giudice del lavoro grazie a una legislazione piuttosto incline a prendere le parti del lavoratore più che del datore di lavoro, soprattutto se quest’ultimo è lo Stato, considerato nel Belpaese una sorta di pubblico benefattore, di manica larga, tanto da tollerare perfino la riammissione in servizio di dipendenti condannati per furto dopo avere patteggiato ed espiato la pena.

Ennio Flaiano soleva ripetere che l’epitaffio nazionale, nel nome del quale quasi tutto trova una benevola giustificazione, è: “Tengo famiglia”. C’è quindi da essere certi che anche il “pisciatore cortese”, dopo un’adeguata terapia psichiatrica e urologica, riprenderebbe le proprie funzioni.

Tuttavia, il caso di specie non riguarda un semplice impiegato pubblico, uno uguale a tutti gli altri, ma uno “più uguale degli altri”, come direbbe George Orwell. Il caso riguarda infatti un magistrato in servizio presso il Tribunale di Catania, dedito a depositare le proprie urine in bottiglie di plastica: quaranta, rinvenute nell’armadio del suo ufficio, tutte colme del liquido biologico del togato.

Le cronache non riferiscono se al soggetto fosse consentita anche la consueta “sgrullatina” post minzione. Non lo si ricava neppure dalla sentenza emessa dal Consiglio Superiore della Magistratura, chiamato a valutare il singolare caso di violazione dei doveri d’ufficio, o meglio ancora delle più elementari norme igienico-sanitarie.

L’organo di autogoverno della magistratura, uscito indenne anche dai tentativi di riforma che ne avrebbero modificato i criteri di composizione per sottrarlo al peso delle correnti e dei condizionamenti politici, ha inflitto al magistrato la perdita di due mesi di anzianità, con il conseguente modesto riflesso economico sul trattamento pensionistico. Qualche euro, niente di più.

Che il Csm fosse un organo corporativo lo si sapeva da tempo. Cos’altro può diventare un foro domestico se non un organismo che commina sanzioni poco più che formali ai colleghi magistrati chiamati a giudicare?

Ha fatto eccezione il caso Palamara, espulso dall’ordine giudiziario per le scabrose rivelazioni sugli andazzi e sui compromessi politici ai quali si ricorre per la scelta dei vertici delle Procure della Repubblica. Una disparità di trattamento che, nel caso Palamara, è stata particolarmente afflittiva perché il reo aveva, è il caso di dirlo, pisciato fuori dal vaso.

E, a ben vedere, ci sarebbe poco da scompisciarsi dalle risate, visto che domani ciascuno di noi potrebbe essere giudicato proprio dal magistrato pisciatore, rimasto tranquillamente al suo autorevole posto.

Ben oltre il ridicolo implicito nella vicenda emerge allora una considerazione ben più seria: la toga costituisce, in taluni casi, uno scudo quasi impenetrabile e il Csm si conferma un organismo incline a garantire ai magistrati guarentigie che agli altri cittadini non vengono riconosciute. Un privilegio tanto più discutibile perché accordato da chi appartiene allo stesso ordine di coloro che è chiamato a giudicare.

Riecheggiano ancora nelle orecchie le grida indignate di tanti apostoli della giustizia, dei difensori della Carta costituzionale, dell’aurea e intangibile autonomia della magistratura, anche quando essa è protagonista di abusi o di errori.

Un esercito di legulei e di politicanti in mala fede che ha trasformato una riforma volta a tutelare il giusto processo e a distinguere con chiarezza le carriere di chi accusa e di chi giudica in una battaglia contro il governo e in difesa di privilegi che difficilmente trovano giustificazione nel principio di uguaglianza.

Che molti giudici, soprattutto gli inquirenti, sviluppino talvolta una visione deformata della realtà può dipendere anche dal ruolo che svolgono, portandoli a confondere il mondo intero con quello che quotidianamente compare dinanzi a loro.

Ma il vero dramma resta quello sintetizzato da una celebre massima: il potere tende a corrompere, e il potere assoluto corrompe assolutamente.

*già parlamentare