di Vincenzo D’Anna*

Roma, 18 giugno 2026 – Una massaia esce di casa per fare la spesa, sa che cosa le occorre ed è disposta a soddisfare le proprie necessità, a realizzare il proprio scopo, a ottenere il prodotto che le occorre a buon mercato e di buona qualità. L’attende una miriade di venditori che, non sapendo cosa occorra alla massaia, si è predisposta a offrire la propria merce confidando su due semplici cose: poter offrire il miglior prodotto al prezzo più basso.


Il prezzo, in definitiva, dipenderà da quante massaie chiederanno quel particolare prodotto ai venditori, dalla qualità del prodotto stesso e della sua attrattiva. Solo se sarà garantita la libertà della massaia di poter scegliere ciò che le occorre e non altro, e la libertà dei venditori di competere predisponendo il miglior profitto e la migliore offerta, si realizzerà la felice sintesi tra due speculari convenienze: quella di chi chiede e quella di chi offre, una semplice reciproca tutela di due interessi che non ha bisogno di intermediazione, di alcuna ingerenza esterna, dell’intervento di un’entità o di un qualsivoglia potere costituito.

In un’economia libera, milioni di persone prendono decisioni di questo tipo ogni giorno e i prezzi trasmettono informazioni sulla scarsità e, quindi, sulla difficoltà di reperire le merci, sulla domanda dei consumatori e sui costi di produzione. Nessuno riesce a sapere tutto questo, nessuno è in grado di prevederlo; sulla libertà individuale, che nasce dall’ignoranza reciproca tra chi offre e chi acquista, si fonda tutto il sistema economico che si coordina determinando quello che gli economisti liberali chiamano “ordine spontaneo”: la mano invisibile che i liberali adorano e che i socialisti temono e denigrano come un fattore ansiogeno, discriminante, concorrenziale e sostanzialmente ingiusto.

Insomma, sono le conoscenze disperse tra milioni di individui a determinare il libero mercato di concorrenza, la prosperità e la ricchezza di chi commercia ed intraprende, la convenienza e la soddisfazione di chi acquista.

In un regime socialista, invece, i mezzi di produzione appartengono, oppure sono monopoli dello Stato: macchinari, terreni, fabbriche e materie prime, forza lavoro sono nelle sue mani, così come la decisione su quali prodotti debbano essere realizzati, sostituendosi alla libera scelta ed agli interessi legittimi dell’acquirente, alla capacità ed ai talenti del produttore.

Orbene, chi dispone di tutti i mezzi stabilisce tutti i fini, ossia immette sul mercato ciò che reputa necessario e che la gente debba consumare. Senza liberi scambi non si formano prezzi reali, senza libertà non vi sono prezzi autentici e vantaggiosi e senza prezzi non c’è dinamismo sociale, non c’è alcuno stimolo al progresso merceologico e tecnologico che emancipa la società.

In queste asfittiche e innaturali condizioni ciascuno di noi dovrà comprare oppure servirsi di ciò che lo Stato ha deciso di produrre, al prezzo che esso avrà stabilito, costretto a stili e aspettative di vita decisi da un’altra mano invisibile: quella dello Stato e di coloro che lo occupano e lo gestiscono politicamente.

Questo determina un ordine non più spontaneo della società, ma tirannico, impositivo, innaturale. Tutto si realizza secondo il falso presupposto che gli uomini possano e debbano essere eterodiretti, non più liberi ma sudditi.

I pianificatori statali possono conoscere i loro obiettivi politici, ma occorrerà imporre alla gente di utilizzare quello che lo Stato, e non il mercato, ha deciso di rendere disponibile ed accessibile. Lo Stato può produrre anche in grandi quantità, può rimetterci economicamente svendendo la merce, ma in seguito dovrà ripianare quei debiti, tassando i cittadini. La perdita verrà distribuita sulla massa dei contribuenti e nessuno se ne accorgerà.

Lo Stato non saprà mai se sta producendo ciò che serva davvero, né se lo sta facendo nel modo efficiente e conveniente. Il risultato è sempre lo stesso: sprechi del pubblico danaro, carenze, investimenti sbagliati, stagnazione economica e debito pubblico crescente.

Nasce in tal modo il controllo politico sull’economia per correggere problemi creati dalla pianificazione stessa. Non è una questione di cattivi governanti o di errori accidentali, ma di un errore sistemico: la pretesa di irreggimentare i gusti, le necessità, le aspirazioni e le scelte degli individui.

E tuttavia il problema è strutturale, ideologico, pregiudiziale, perché nessun essere umano, nessun ministero e nessun computer può calcolare e sostituire le informazioni diffuse e disperse generate ogni giorno dal libero mercato.

Quindi il problema del socialismo non è la mancanza di buone intenzioni, né il desiderio di poter accontentare tutti, quanto l’impossibilità di poterlo fare; e, allorquando prova a farlo, non può che esautorare il cittadino, limitarne la libertà di scelta, orientarne gli stili di vita e le necessità.

Sulla base di queste semplici considerazioni, è facile comprendere perché il socialismo sia fallito ed perché ancora molti ne vengano attratti per l’incapacità di affrontare le incognite della vita, ritenendo migliore affidarsi alle comode certezze statali.

Chi rinuncia a essere un individuo libero e intraprendente, ancorché sotto l’imperio della legge, diventa parte della massa che si affida al collettivo e non coltiva ammirazione, ma invidia e rancore sociale verso coloro che hanno successo e raggiunto l’agiatezza.

Da questo origina l’eterna lotta tra due visioni antagoniste: quella di chi ambisce a migliorarsi e governare se stesso e quella di chi, essendo incapace di farlo, indossa i panni del moralista e invoca la redistribuzione della ricchezza, trasformandosi in cliente di un sistema nel quale, di mestiere, farà l’elettore.

*Già parlamentare

 

sofia flauto