Il Sillabo del terzo millennio* di Vincenzo D’Anna*

Correva il 1860 quando Philippe Gerbet, vescovo della cittadina francese di Perpignano, pubblicò una lettera pastorale “sugli errori del tempo presente”. Il religioso, innanzi all’arrivo del nuovo secolo, avvertiva il disagio della Chiesa e dei suoi fedeli. Il suo era un turbamento culturale, un’inquietudine esistenziale che sempre si appalesa quando un nuovo orizzonte temporale induce le menti più fertili ed avvedute alla riflessione. In quei tempi Gerbet ritenne di dover mettere in guardia la moltitudine dei credenti sulle insidie dei tempi nuovi. A tal fine indicò una lista di 85 errori di quello che definì “protestantesimo sociale”, l’equivalente di quello che oggi molti individuano nelle moderne teorie gender e nella surrettizia azione di cambiamento della scala dei valori sociali indotta dal cosiddetto “politicamente corretto”.

Da quell’elenco trasse poi spunto ed ispirazione, per il suo pontificato, Giovanni Mastai Ferretti assurto al soglio di Pietro con il nome di Pio IX. A lui toccò l’onta di veder persi Roma e lo Stato Pontificio, annessi al Regno del Piemonte. Il suo fu un papato travagliato e discusso, che sul piano storico fu bollato dai laici come l’esempio politico più retrivo del potere temporale della Chiesa. Lo stesso fu detto, sempre dagli anti clericali, sul piano del magistero ecclesiale di Pio IX, per avere egli scomunicato, con la bolla “Non expedit”, tutti i credenti che avrebbero voluto prendere parte alla vita politica del neonato regno d’Italia. Mastai Ferretti prese questa decisione in segno di protesta contro la profanazione della figura del Pontefice e la cancellazione del suo plurisecolare regno terreno.

Fu così che quando nel 1864 lo stesso Pio IX affidò all’enciclica “Quanta Cura” il Sillabo contenente la lista dei principali errori del suo tempo, la reazione dei laici fu a dir poco veemente. Si rimproverò al Pontefice Romano di essere un retrogrado, un reazionario mosso unicamente dal desiderio di rivincita nei confronti dello Stato Italiano. Il discredito che venne verso il Sillabo scaturiva dall’elenco delle cose riprovevoli o contrarie alla fede cattolica che vi erano contenute come, ad esempio, la condanna del liberalismo e del socialismo massimalista che iniziavano ad andavare per la maggiore in quei tempi. Parimenti critico il Papa fu anche con il nazionalismo ed il razionalismo (anche scientifico) entrando quindi in contrasto con i fermenti di una nazione che da poco si era resa unita e con il progressismo basato sulla fede nella scienza. Tuttavia le critiche mosse contro di lui furono preconcette così come lo erano state quelle in favore della sua elezione tanto da procurargli la fama di “Papa liberale” per la sua devozione e sostegno ai principii di libertà.

Quello che in verità più premeva a Pio IX era l’infallibilità del Papa in materia di fede come egli stesso proclamò, per affrancare la Chiesa dalla secolarizzazione e dal modernismo, da quello che credeva un esiziale inquinamento della fede. Fu dunque un errore di giudizio su quel Papa quello commesso allora. Un errore che spesso si è ripetuto, sia in un verso che nell’altro, anche di recente. Parliamoci chiaro: la Chiesa non si misura con gli anni bensì con i secoli. A Bergoglio in fondo è seguito Prevost, così come a Pacelli è succeduto Roncalli, a Montini Wojtyla ed allo stesso Pio IX quel Leone XIII che emanò la prima “enciclica sociale”, la Rerum Novarum, che indicò una terza via tra liberalismo capitalistico e marxismo comunista. Un atto innovativo e presago per quei lontani tempi. Ai nostri giorni è lecito chiedersi se sia necessario per i Cattolici varare un nuovo Sillabo. Non tanto per fare un elenco di errori ma per indicare la fallacia di tante nuove teorie “emancipanti” e l’assurdo convincimento che tutta la vecchia struttura sociale, famiglia, eterosessualità, rispetto della vita, libertà responsabile) sia semplicemente da eradicare insieme con l’istruzione personale, che pure sarebbe cosa diversa da quella vicariante dei computer, della libertà ed i suoi limiti , dei valori naturali che si vorrebbe invece sostiture con quelli artificiali ed artificiosi, come i diritti rivendicati da quanti, sentendosi diversi o pensandola differentemente, vogliono accreditare come nuovi e validi quel che a loro più conviene soggettivamente. Insomma: servirebbe forse un nuovo Sillabo in positivo, non per elencare errori ma per rivendicare la bontà e la validità di quei convincimenti e modi di vivere che tali dovrebbero essere.

*già parlamentare