di Vincenzo D’Anna*
Negli Usa si stanno svolgendo le elezioni politiche cosiddette di “medio termine”. Sono già cinquanta milioni gli americani che hanno votato anticipatamente, per posta o di persona, e tra questi il più noto (e illustre) è Papa Leone XIV che, da buon cittadino statunitense, ha assolto al dovere ed esercitato il proprio diritto. Stando ai sondaggi resi noti nei giorni della vigilia, il Partito Democratico dovrebbe conquistare la maggioranza dei seggi alla Camera e giocarsela sul filo di lana al Senato, ove lo scarto previsto con i Repubblicani appare veramente esiguo. Gli istituti demoscopici d’oltreoceano sono particolarmente precisi nelle previsioni ed in questa circostanza le risultanze sembrano concordi nel prevedere una battuta d’arresto per il partito di Donald Trump. E tuttavia solo nella notte del 4 novembre avremo i risultati veri e potremo valutare se quella del “tycoon” e del suo schieramento sarà una sconfitta di misura oppure una vera e propria debacle. Un interrogativo, un dubbio che nessuno, al momento, è in grado di sciogliere con certezza né di costruire un consequenziale ragionamento. Ciò nonostante le cose da appurare saranno rivolte alla dimensione del ko del miliardario newyorchese, se si tiene conto della dimensione della sua netta e categorica vittoria ottenuta nelle elezioni che lo hanno portato alla Casa Bianca. Destano altresì preoccupazioni le reazioni di colui che siede nello Studio Ovale innanzi ad una sconfitta secca ed inequivocabile, nel momento in cui Trump dovesse perdere la maggioranza in una oppure in entrambe le assemblee parlamentari. Insomma, si teme che possa ripetersi quello che avvenne allorquando il leader repubblicano perse le presidenziali contro il democratico Joe Biden nel novembre del 2020: che gridi all’imbroglio, scatenando la gazzarra dei suoi variopinti sostenitori che occuparono il Campidoglio il 6 gennaio del 2021. È lecito sospettarlo perché il tycoon è di carattere bizzarro e poco avvezzo e tollerante verso le regole della democrazia e del fair play politico. Quindi potrebbe manifestare anche stavolta un’alzata di ingegno delle sue che metterebbe le istituzioni a stelle e strisce innanzi ad una situazione di grave imbarazzo. Ma al di là dei colpi di scena che pure potrebbero manifestarsi, folclore più che insidia alla regola democratica, la nazione che ha varato la prima carta costituzionale dell’era moderna sembra apparire ben salda. Quel che però maggiormente interessa è la previsione, in caso di sconfitta, di se e come possano cambiare la linea politica, gli atteggiamenti e le scelte stesse del presidente statunitense. Per farla breve: se un sistema politico ed istituzionale sostanzialmente costruito intorno al “premier”, eletto direttamente dal popolo e tributario di enorme autonomia decisionale, possa venir condizionato e fin dove dalla maggioranza parlamentare a lui contraria. In buona misura: resteranno nella potestà del presidente diverse prerogative decisionali, ancorché la Costituzione Usa preveda un sistema di checks and balances dove il presidente è potente ma non può fare tutto. In particolare, le facoltà presidenziali si riassumono in cinque grandi categorie: quella degli ordini esecutivi verso l’amministrazione federale, che possono essere annullati da un altro presidente o dalla Corte Suprema se ritenuti incostituzionali; la nomina di funzionari interni, circa 4.000 persone tra staff della Casa Bianca e capi delle agenzie federali (le più note delle quali sono la CIA e l’FBI). L’inquilino della Casa Bianca è inoltre il comandante in capo delle Forze armate e può ordinare operazioni militari per 60 giorni senza voto del Congresso, più altri 30 per il ritiro delle truppe; per operazioni più lunghe invece ha bisogno dell’autorizzazione del Parlamento. Quest’ultimo potere spiega perché tutti i presidenti americani scatenano blitz circoscritti nel tempo senza dichiarazione di guerra. Così anche per la politica estera: il titolare dello Studio Ovale riceve ambasciatori, riconosce Stati, negozia, ma non può ratificare trattati, prerogativa del Senato. Esercita inoltre il potere di comminare la grazia per reati federali, ma non può graziare in caso di impeachment o per reati statali. Ha inoltre potere di veto sulle leggi e può bloccare una legge del Congresso, che può superare il veto soltanto con una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere. Per la restante parte il presidente deve necessariamente chiedere l’approvazione delle due Camere. Insomma, tutti i presidenti temono le elezioni di medio termine perché, in caso di sconfitta, rischiano di perdere la possibilità di governare agevolmente la nazione. Decisivi quindi, mai come in questo caso, si profilano l’esito del voto e la dimensione stessa che potrebbe assumere l’eventuale battuta d’arresto di “The Donald”. Dovesse succedere quel che i sondaggi prevedono, il “tycoon” si trasformerebbe in quella che gli inglesi chiamano “lame duck”, in italiano “anatra zoppa”. Finirebbero la boria, la tracotanza e la politica estera altalenante americana. Insomma, nella terra degli uomini liberi e nella nazione dei coraggiosi, l’autoritarismo potrebbe avere vita breve.
*già parlamentare










