di Vincenzo D’Anna*
Giorgia Meloni ha una storia, una cultura politica, un’esperienza vissuta e una visione del mondo del tutto dissimili da quelle di Salvador Allende, presidente della Repubblica del Cile dal novembre 1970 al settembre 1973. Deposto e ucciso durante il colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet, Allende fu seguito da un regime che governò con pugno di ferro e assoluto disprezzo dei diritti di libertà e democrazia fino al 1990, imprigionando, torturando e passando per le armi migliaia di cileni, rei di professare idee politiche di sinistra o comunque diverse da quelle imposte da quel regime fascista. Socialista il governo di Allende, di destra quello di Meloni: agli antipodi politici, ma entrambi desiderosi di cambiare l’esistente secondo il proprio modo di vedere con il consenso del voto.. Il paragone può sembrare irriverente nei confronti del leader sudamericano, sia per la morte eroica che affrontò per difendere il Palazzo della Moneda, sede della presidenza, attaccato dai carri armati, sia per la notorietà che gli derivò postuma in tutto il mondo come martire della libertà. Una morte fulgida che, tuttavia, non modificò il giudizio sugli esiti della sua politica governativa, subentrata alla lunga egemonia della Democrazia cristiana guidata da un altro leader carismatico, Eduardo Frei, poi mandato in esilio. Da idealista e socialista a tutto tondo, Allende impose una politica incentrata sullo statalismo e su un’economia centralizzata, con nazionalizzazioni e provvedimenti ispirati alla filosofia e alla visione marxiana della società. Senza compromessi, introdusse la programmazione statale in ogni ambito sociale ed economico, colpendo blocchi sociali ed elettorali a lui avversi, vasti segmenti dell’economia e della società cilena. Un’ingerenza pervasiva che suscitò forte malcontento tra diverse categorie commerciali, imprenditoriali e professionali, sfociato in continue e virulenti proteste di piazza. Il culmine lo si tocco’ con il blocco degli autotrasportatori, categoria particolarmente numerosa in una nazione lunga quasi quanto l’intero continente latino americano. Gli stessi scioperi a ripetizione che da mesi si stanno susseguondo nel Belpaese, gli stessi agit-prop che scendono in piazza ogniqualvolta se ne presenti l’occasione. Chiariamoci: l’Italia non si trova nelle stesse condizioni socioeconomiche del Cile degli anni Settanta. La nostra economia non è gravata da un’inflazione attestatasi tra il 300 e il 400 per cento, né la Banca centrale stampa moneta in modo incontrollato. In Cile, il deficit fiscale arrivò a toccare l’inaudita cifra di
20 volte il valore Pil, finanziato con emissioni monetarie, carta straccia, per le politiche pauperistico-assistenziali aderenti all’ideologia socialista. Furono inoltre nazionalizzate le miniere di rame, spina dorsale dell’economia nazionale. Nulla di tutto questo si è verificato lungo lo Stivale. E tuttavia i presupposti potrebbero crearsi se si continuasse sulla china di ostacolare tutto ciò che fa il Governo e di appoggiare tutto il contrario. Dalle bocche dei quadrunviri del “Campo Largo” continuano a uscire parole prive di senso e, soprattutto, di concretezza e fattibilità. Demagogia, menzogna, esecrazione e violenza verbale sono il mantra di chi si oppone a un esecutivo che deve affrontare difficoltà alle quali è oggettivamente estraneo: fattori internazionali destabilizzanti, fuori dalla portata dei poteri di una singola nazione e finanche dell’Unione Europea. Sempre e comunque contro chiunque: espressioni che si sommano al vecchio slogan sessantottino “Non sappiamo cosa vogliamo, ma lo vogliamo subito”. In questo clima di follia nulla può essere escluso, tanto sullo scenario internazionale quanto nel cortile di casa nostra. Una guerra alle porte? Non si deve rafforzare la nostra difesa: i fondi destinati a tale scopo vengono bollati come inutili e sottratti alla spesa corrente. I giovani, anche adolescenti, mettono a ferro e fuoco le città, ma non bisogna reprimere: occorre comprendere e assecondare, perché i pargoli sarebbero disorientati, ignoranti e ribelli. I camionisti bloccano le autostrade, mettono in ginocchio il commercio e paralizzano le città? Protestano contro il caro vita, ossia l’aumento dei carburanti, del gas e dell’energia, come se tutto ciò dipendesse dal Governo che li soccorre comunque. Le famose piaghe bibliche vengono annunciate e incombono lungo tutto la Penisola. Lo sfascio imminente, in una rappresentazione apocalittica, è la narrazione cara alla Sinistra in tutte le sue declinazioni e alla Cgil, che ha proclamato più scioperi negli ultimi quattro anni che nei precedenti quaranta. Si tagliano le tasse e aumentano gli occupati, che quindi pagano le imposte? Aumenta la pressione fiscale, ma non dicono che sia aumentato il gettito fiscale e che questo sia un bene. Si rinnovano i contratti di lavoro, fermi ovunque da anni, ma le famiglie continuano a non arrivare a fine mese. In questo clima da basso impero, perché mai meravigliarsi se qualcuno auspica che a Giorgia Meloni possa toccare la sorte di Salvador Allende?
*già parlamentare










