Libertà di stampa. All’italiana
di Vincenzo D’Anna*
Definire la libertà di stampa nel Belpaese è esercizio complesso e problematico, se non del tutto inutile. Questa importante prerogativa, che connota le società avanzate e libere del mondo, trova altrove una sua lapidaria definizione: per gli americani è “i fatti prima delle opinioni”, per gli inglesi è “il diritto di pubblicare senza il controllo del Governo”, per i francesi “il diritto di ogni cittadino di scrivere e stampare le proprie idee senza censura”, e così via. Volendo fare un’analoga sintesi per la stampa italiana, ci troveremmo di fronte a diverse definizioni, ossia all’impossibilità di racchiudere il concetto in una felice e riassuntiva espressione. Lungo lo Stivale esercitano il mestiere di giornalisti professionisti circa trentamila persone, alle quali si sommano più di settantamila pubblicisti, ossia giornalisti non professionisti: un esercito di oltre centomila addetti ai lavori. I giornali a tiratura più o meno nazionale, quelli censiti dall’Agcom, sono un centinaio, ai quali vanno aggiunti quelli a tiratura regionale o territoriale. Di recente introduzione sono i giornali online, per i quali risulta persino difficile fare un conteggio. Di fronte a queste cifre ci si può rendere conto che non manchi la libertà di stampa, checché ne dicano taluni. Ne consegue che, in una simile Babele di voci, risulti pressoché impossibile trovare una sintetica definizione della libertà di stampa. Quando c’è tanta variabilità di opinioni, l’unica cosa consentita è raggruppare i grandi quotidiani nazionali in aree politiche o, per meglio dire, nei diversi gruppi editoriali e negli interessi dei proprietari dei medesimi. Lo schema è: area di destra, area di sinistra e, spesso, una terza, mutevole area di autonomia super partes. Per i giornalisti, invece, vale l’aurea definizione che ne diede Indro Montanelli: in Italia hanno la libertà di scrivere quel che vuole il proprio editore, salvo cambiare giornale quando non sono d’accordo con quella specifica linea. Nella marea di giornalisti che ci ritroviamo, si contano sulle dita delle mani quelli che hanno una propria, peculiare identità culturale; sono essi a conferire al giornale sul quale scrivono la linea editoriale, mentre la rimanente parte si aggancia al carro dell’editore. Ci sono poi i giornali d’inchiesta che, per non tradire il manicheismo che li ha ispirati, ossia le loro opinioni prima dei fatti, fanno “servizi” a senso unico e vengono per lo più comprati da coloro che si riconoscono in quella determinata area politica. Tuttavia, la generosa varietà dell’offerta non trova la corrispondenza di molti lettori: sono circa undici milioni quelli che mediamente comprano un giornale e, di questi, circa tre milioni acquistano un “foglio” sportivo o a specifico indirizzo. Dati in calo per l’abitudine, che si incrementa ogni giorno di più, di attingere alle notizie diffuse attraverso il web, quelle che maggiormente accendono il dibattito e gli scontri tra opposte tifoserie. Un fiume di notizie prive del dovuto approfondimento, perlopiù proposte in termini scandalistici dal primo che capita. C’è poi il mondo dell’informazione televisiva, dei talk show, ove i giornalisti hanno cambiato ruolo e più che porre domande ai politici, illustrano il proprio pensiero e la propria posizione politica, trasformandosi in censori dei costumi e dei fatti della politica, perlopiù faziosi e saccenti. Un quadro complessivo che descrive uno scenario di informazione caotica e partigiana, di orientata e calcolata denuncia, mosche cocchiere di disegni e obiettivi politici facilmente identificabili. Volendo trarre un giudizio, potremmo affermare che, nel mare magno delle notizie e degli organi di stampa, comprese tutte le tipologie, raramente si rintraccia quella magica parola che si chiama obiettività. Un esempio, che vale per altre migliaia di casi, è da ultimo la vicenda Lavitola-Ranucci e del cosiddetto “giornalismo d’inchiesta. Quel giornalismo” che va scavando e rovistando nella vita delle persone la cui identità e posizione politica sono già predeterminate, individuate perché utili ad inscenare lo scandalo che colpisce e riverbera discredito sul mondo del campo politicamente avverso. Ranucci, da censore dei pubblici costumi, ha clamorosamente bucato inchieste come quella sul miliardo e duecento milioni di mascherine anti Covid inutilizzate, non ha mai fatto inchieste che potessero colpire i suoi sodali e dante causa politici, diventando un’icona della Sinistra. In quanto tale, ha evitato finanche la gogna e la riprovazione delle femministe per aver fatto proposte sessiste a una sua collega che gli chiedeva lavoro. Insomma, è un eroe farlocco, un prodotto del giornalismo utilizzato per raggiungere scopi, un simbolo del giornalismo all’italiana.
*già parlamentare











