di Vincenzo D’Anna*
Sono abbastanza vecchio per ricordarmi come negli anni ’70 del secolo scorso, nel Belpaese, i governi di centrosinistra, avendo accantonato il liberalismo e il libero mercato, che con De Gasperi ed Einaudi ci avevano portato dalle macerie del dopoguerra al boom economico, esaltassero le future e progressive sorti del socialismo e dello statalismo.
Furono infatti il primo governo Moro-Nenni, nel 1963, e quelli successivi a dar vita alle nazionalizzazioni e a inaugurare la tragica stagione delle Partecipazioni statali che, al suo culmine, portò lo Stato a essere azionista in circa diecimila aziende, facendone il primo imprenditore della nazione. Quanti miliardi siano stati dissipati e quanto debito pubblico e inflazione questo abbia determinato è ancora difficile da calcolare, perché buona parte di quelle aziende, alle quali bisogna ripianare i debiti che puntualmente fanno, sono ancora nel portafoglio degli odierni asset pubblici.
Insomma, privatizzazioni in più oppure in meno, in oltre mezzo secolo il grosso resta ancora lì a produrre clientele politiche, rendite elettorali e governance che rispondono agli interessi politici più che a quelli imprenditoriali. Di tutto questo scempio l’uomo della strada poco o niente si interessa, badando sostanzialmente al proprio interesse, onde per cui l’ingiustizia e lo sperpero di pubblico denaro lo offendono solo quando non gli procurano alcun tornaconto.
Da quando fu redatto il Piano dell’economista Carlo Cottarelli sulla riduzione delle aziende decotte di proprietà dello Stato, per circa duemilacinquecento di queste, giacciono affidate alla polvere delle soffitte di Palazzo Chigi. Ma tant’è, lungo lo Stivale.
In quell’epoca Stoccolma, che veniva descritta come la culla del socialismo solidale, dello Stato efficiente e benemerito, della società che garantiva il massimo delle libertà individuali, forse la più famosa era quella delle costumanze sessuali, dell’uguaglianza tra i cittadini e dell’assistenza ai medesimi, era quel Paese scandinavo. Una specie di mito, un’isola felice ove uguaglianza e giustizia sociale si sposavano felicemente.
Nel dibattito politico, la Svezia ancora oggi è normalmente associata all’idea di uno Stato onnipresente e di elevata spesa pubblica, un’icona per gli idolatri del collettivismo. Tuttavia, in realtà, le cose non stanno così.
L’attuale successo economico del Paese è dovuto proprio alle riforme di libero mercato avviate a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. La situazione svedese prima delle riforme, ossia di “due decenni perduti”, e le ragioni politiche ed economiche che hanno portato, negli anni successivi, ad attuare politiche di riduzione della pressione fiscale, taglio della spesa pubblica e liberalizzazione dell’economia lo dimostrano.
Oggi, ad esempio, la Svezia ha entrate tributarie pari al 41,3%, inferiori di 1,4 punti rispetto all’Italia nello stesso anno, e una spesa pubblica per il welfare pari al 26,1% del PIL, di circa tre punti inferiore a quella italiana. Anche la libertà economica è ben superiore: la Svezia si colloca al 35° posto, contro il 46° dell’Italia, secondo l’indice internazionale di riferimento.
Insomma, all’inizio degli anni Ottanta la Svezia era una nazione iper-regolamentata e in fase di stagnazione, in cui i cittadini si sentivano impotenti nei confronti del settore pubblico. Da allora, con le riforme in campo economico, il Paese è cambiato radicalmente: il rapporto tasse/PIL è stato abbassato dal 50% a poco più del 41%.
La Svezia si è dotata del mercato finanziario più sviluppato dell’Europa occidentale che, insieme alla deregolamentazione del mercato delle telecomunicazioni, ha dato vita a una delle più importanti startup del mondo.
L’aumento dell’offerta di farmacie e di stazioni di controllo dei veicoli ha reso la vita più facile a milioni di persone, mentre per molti altri è diventato possibile volare all’estero oppure spostarsi a basso costo.
L’imprenditorialità e la libertà di scelta nel settore del welfare hanno garantito il miglioramento dei risultati educativi nelle scuole, l’accorciamento delle liste d’attesa nella sanità e la riduzione della mortalità nell’assistenza agli anziani.
Il risultato complessivo dell’ondata di riforme che ha investito la Svezia nel corso di alcuni decenni ha quindi migliorato la vita degli svedesi.
Di questo, ovviamente, pochi parlano dalle nostre parti: i laudatores di un tempo adesso tacciono da queste parti e ripropongono vecchie e logore politiche economiche, alta tassazione, ulteriori tasse su quelli che definiscono “ultra profitti”, patrimoniale su beni acquisiti con redditi già tassati, redistribuzione della ricchezza e redditi senza lavoro, vincoli e limiti, autorizzazioni e permessi burocratici, prelazioni e privilegi nei servizi gestiti dai monopoli statali, assenza di qualsivoglia concorrenza per i medesimi.
Insomma, siamo destinati a rimanere tali e quali, immobili e confinati nello stazzo di una politica stantia, roba da cortile, per un popolo di beneficati politici che campa alla giornata.
già parlamentare*











