di Vincenzo D’Anna*

La pratica sportiva, la competizione tra gli atleti per guadagnarsi il simbolico serto di ulivo selvatico che cingeva il capo del vincitore, risale agli antichi Greci, che inventarono i Giochi olimpici poco meno di trenta secoli addietro. Erano, le loro, competizioni ritenute talmente importanti da far cessare tutti i conflitti armati in corso nell’Ellade, e gli stessi atleti che si fronteggiavano in guerra gareggiavano e fraternizzavano durante i Giochi. Ai vincitori toccava difendere il prestigio e l’onore della propria Polis o del territorio dal quale provenivano. Molti sono passati alla storia per il particolare risultato sportivo ottenuto, immortalati in statue ispirate al gesto atletico e scolpite dai grandi artisti dell’epoca: famosi il Discobolo di Mirone, il Pugile a riposo, l’Auriga di Delfi, il Lanciatore di giavellotto di Policleto. Insomma, lo sport assumeva un valore simbolico che conferiva prestigio all’intera comunità. Di acqua sotto i ponti ne passò tanta prima che la tradizione olimpica fosse ripristinata, ad opera del nobile francese Pierre de Coubertin nel 1896, con l’intento non solo di affermare il primato della cura del corpo attraverso l’attività sportiva, ma anche di riprendere un istituto che aiutasse a mantenere la pace tra le nazioni. Compito, quest’ultimo, che non ha affatto funzionato con le Olimpiadi dell’era moderna, a differenza di quanto avveniva nell’antichità. I concetti di onore e di gloria per una nazione erano profondamente cambiati, così come lo era l’arte della guerra e i mezzi disponibili per combatterla, che poco avevano a che fare con il valore del singolo guerriero e delle sue gesta militari. Rimase il prestigio sportivo, che si mischiò spesso con quello politico, e le competizioni olimpiche portarono alla nazione di appartenenza dell’atleta vincitore un motivo di orgoglio nazionale. Così fu per le grandi nazioni che dominavano il mondo nel secolo scorso, sia quelle democratiche sia quelle gestite dalle dittature che funestarono il cosiddetto secolo breve. L’atleta o la squadra identificavano la nazione che rappresentavano e quindi il riverbero della gloria agonistica finì per essere motivo di gloria nazionale. Per gli italiani gli sport più seguiti e amati dal grande pubblico, e quindi fonte di orgoglio nazionale, furono sostanzialmente il calcio, il ciclismo e il pugilato, mentre, tra gli sport olimpici, l’atletica con il mezzofondo, la marcia, la scherma e il tiro al piattello. Insomma, perlopiù sport praticati dai ceti popolari, che non abbisognavano di particolari strutture e di una specifica istruzione tecnica. E così abbiamo tirato avanti per oltre un secolo, celebrando fior di campioni, eccezioni che emergevano da una regola piuttosto scadente nello sport in generale. Per il calcio, il ciclismo e il pugilato gli italiani facevano follie e si sentivano soprattutto orgogliosi quando la vittoria arrideva agli azzurri. Un’intera nazione si duole perché da tre edizioni la squadra italiana non partecipa alla fase finale del Mondiale di calcio; non c’è poi un campione che vinca corse ciclistiche di prestigio, né un pugile che assurga ai vertici della categoria. Tuttavia le cose sono cambiate negli ultimi lustri e lo sport italiano, meglio organizzato in varie discipline prima ritenute minori, ha cominciato ad inanellare successi: tennis, nuoto, pallavolo, tuffi, ginnastica, salto in alto e in lungo, lancio del peso, velocità su pista, sport invernali e finanche rugby, con una marcata partecipazione del genere femminile. In parole povere: ci permettiamo il lusso di vincere gli Europei di atletica e quelli di nuoto, di essere tra le prime nazioni nel medagliere olimpico: non più una nazione che brillava per l’eccezione e non per la regola. Cosa significa tutto questo sotto il profilo sociale e culturale? Significa che l’Italia non ha più bisogno dello “Stellone”, della fortuna di trovarsi in casa un’eccezione, ma che ormai i campioni sono una regola dello sport italiano, perché è cambiata la mentalità dei giovani, le strutture ci sono e la pratica sportiva viene seguita da un’organizzazione che funziona. Insomma, il livello di consapevolezza che la cura del corpo e l’agonismo sono parte di una cultura di massa ormai ci ha sdoganati rispetto a nozioni che ritenevano più forti ed organizzate. Nessun sociologo né uomo di cultura ne parla: la misura è sempre avara quando non c’è la critica da poter mettere in mostra, un indice da puntare contro qualcuno o qualcosa. Siamo fatti così: dalle nostre parti la vittoria ha cento padri, la sconfitta è sempre orfana, distribuiamo con maggior sollievo personale critiche più che elogi. Forse lo sport ci segnala che la gioventù in Italia è migliorata e vincente. E noi con loro.

*già parlamentare