di Vincenzo D’Anna*

Roma, 16 agosto 2026 – Il vero discrimine che la sinistra, qualunque essa sia, socialdemocratica o marxista, rimarca rispetto a tutte le altre posizioni socio-economiche di stampo liberal-democratico, è la vocazione a sostenere i ceti sociali più poveri. Per poterlo fare essa è disposta a tutto e, nell’enfasi di poterci riuscire, arriva finanche a teorizzare, suo malgrado, che i poveri siano…più poveri. Un paradosso? Nossignore! A questi altruisti a tutto tondo interessa, essenzialmente, ridurre il divario tra più ricchi e più poveri e, per poterlo determinare, finiscono per dichiarare guerra alla ricchezza e non alla povertà . Un banale esempio lo chiarisce: supponiamo che, su un’ipotetica scala che indichi il grado di ricchezza, i ricchi siano a 100 e i poveri a 40: il divario tra i due estremi è 60. Ebbene, per quelli che fanno la lotta alla ricchezza lo scopo è portare i ricchi a livelli più bassi, supponiamo ad 80, di modo che il divario tra ricchi e poveri si riduca da 60 a 40. I liberali sostengono invece che occorra innalzare il livello di ricchezza in generale e poco conta che i ricchi passino da 100 a 110 se il benessere si diffonde (più lavoro e occupazione, salari migliori, tasse più basse), portando i poveri da 40 a 50. Il divario resterà sessanta, ma i poveri saranno meno poveri di prima. Quel che conta non è la quantità di ricchezza dei ricchi, ma la quantità di ricchezza dei poveri, perché facendo la guerra alla ricchezza non si migliora la condizione dei più poveri. La vera misura dell’aiuto ai poveri è il loro grado di benessere, non l’aumento dei lussi per i più ricchi che, peraltro, essendo tali, pagheranno più tasse, sostenendo e finanziando lo Stato sociale. Una lezione semplice ed accessibile a chiunque la valuti senza essere gravato dal pregiudizio verso la ricchezza, dall’invidia e dal rancore sociale che alimentano la distorsione preconcetta, il riflesso della reazione prevenuta. Quale sia il contesto socio-economico migliore nel quale sussista il maggior grado di equità sociale: quello nel quale si dia maggiore libertà di intraprendere e di potersi arricchire, oppure quello nel quale si debba essere tutti egualmente poveri, ossia dipendere dalla beneficenza e dall’assistenza statale? Quale è il contesto più giusto: quello nel quale la libertà degli individui non è disponibile alle imposizioni, agli interventi e alle restrizioni statali, oppure quello nel quale si incentivino le forze produttive? Se non si è schiavi della meschinità d’animo e di pensiero di coloro che intendono vivere protetti dal posto statale, che non vogliono impegnarsi a migliorare se stessi e correre i rischi della libera iniziativa, le risposte sono di palmare evidenza. E tuttavia una cospicua fetta di abitanti del Belpaese propende per la soluzione garantita e certa di un’occupazione statale, concepisce lo Stato come un “pater familias” al quale affidare la propria esistenza. Questa massa di concittadini corrobora la propria vocazione a dipendere dalla politica, ossia da chi governa lo Stato, adornando la propria pavidità ed il rancore sociale con l’orpello del moralismo intransigente, dello spacciarsi per giudici spietati, del coltivare una sedicente superiore diversità etica e morale. Un combinato disposto che da mezzo secolo è il principale ostacolo al cambiamento e alle riforme di sistema, sempre viste come una potenziale modificazione dell’esistente e quindi come un pericolo per la nicchia di comodità e di privilegio sociale nella quale si sono accomodati vita natural durante. Tra queste schiere di refrattari vive anche la categoria dei cultori dell’antipolitica, quelli che non vanno a votare o che votano contro qualcuno o qualcosa, sempre e comunque contro chiunque. Da un lato sono statalisti e si mettono nelle mani della politica che governa lo Stato; dall’altro se ne tengono lontani, mostrando le “mani pulite”, che sono tali perché custodite, inoperose ed inutili sul piano del servizio sociale, nelle proprie tasche. Se dopo tre quarti di secolo, nel corso del quale il mondo si è completamente modificato, assoggettato a rivoluzioni copernicane grazie al progresso tecnologico ed a quello merceologico (i beni di largo consumo e quelli voluttuari), resta vigente una Carta Costituzionale redatta in tempi e con mentalità ormai scomparse, lo dobbiamo a questo conservatorismo che, paradossalmente, si sviluppa politicamente sul fronte che si fa chiamare “progressista”. Ne consegue che sia stata la Sinistra a boicottare ogni ipotesi referendaria, a bollare come un ritorno al fascismo ogni modifica della Carta costituzionale. Insomma, viviamo il paradosso che il pauperismo sia assorbente del riformismo, che le forze del progresso siano quelle della conservazione. Se oggi il Pd è guidato da una marxista milionaria che invoca la lotta alla ricchezza, è per queste ragioni. Semplici per chi le vuole vedere, oscure per coloro che vogliono coprirle con la carità pelosa verso i poveri.

*già parlamentare