Il nuovo umanesimo degli eterni scontenti

di Vincenzo D’Anna*

Roma, 15 agosto 2026 – Fa caldo, fa freddo, c’è traffico, c’è da fare una fila, occorre scegliere un ristorante o programmare un viaggio, sopravviene un mal di testa o una preoccupazione familiare? Ecco che tutto diventa un dramma, siamo alla perenna ricerca della  condizione  ideale, perfetta, sotto la tazza capovolta del cielo. Sociologi e psicologi si affannano ad affastellare teorie sulle cause prime di questa diffusa propensione all’insoddisfazione, la ricerca di un’esistenza comoda e lineare, priva di contrarietà o imprevisti. Tuttavia, per quanto fortunata e agiata possa essere la nostra condizione, ogni giorno ha la sua pena: la vita, dopotutto, ben si riconduce al noto aforisma secondo cui essa non sia altro che un brutto quarto d’ora con attimi di felicità. Al di là delle congetture filosofiche, delle personali sensibilità e della soggettiva propensione all’ottimismo o al pessimismo, esiste un fattore reale che ha trasformato la percezione degli esseri umani, innalzato  la soglia della contentezza : l’aspettativa di vita. Quest’ultima si traduce nell’immaginaria certezza, coltivata da ciascuno, che il mondo moderno debba evolvere ineluttabilmente verso orizzonti di sempre maggiore agiatezza. Molti non comprendono che la vita si scrive in bella copia – come ricordava Albert Camus nel saggio “Il mito di Sisifo”, per sottolineare la responsabilità immediata delle nostre azioni, è fatta di scelte alle quali non sempre si può porre rimedio, e che la qualità del futuro dipenda essenzialmente dall’agire nel presente. Non esiste, quindi, un destino cinico e baro che ci nega l’avvenire, bensì il presupposto reale di ciò che costruiamo nell’oggi. Gran parte dei conflitti sociali e degli scontri politici si alimenta proprio dell’idea che siano la Società, lo Stato o il sistema economico a sbarrarci la strada verso la felicità che ci spetterebbe di diritto. È una critica che nasce spesso da quella fetta di comunità che guarda all’altrui successo non con ammirazione, ma con l’invidia e la frustrazione generatrici del rancore sociale. Un sentimento che trova sponda nell’idea che le forze del mercato, ossia l’ordine spontaneo, la competizione ed il valore del merito e delle capacità  personali determinino un’ingiusta discriminazione. Che il  modello socio economico sia alienante per coloro che intendono vivere bene senza profondere sforzi, valorizzare talenti o assumersi rischi.  Perlopiù si tratta di soggetti che si sono accomodati nella idea  del posto fisso, nella greppia della pubblica assistenza. Questo fenomeno di rigetto viene regolarmente indirizzato contro il sistema capitalistico e il libero mercato, colpevoli – secondo i detrattori – di generare disparità negli esiti di vita degli individui. Tuttavia, a ben guardare, è proprio il capitalismo ad aver creato il paradosso. Non nel senso asserito dai collettivisti  e dai socialisti, ovvero che esso sia intrinsecamente discriminatorio, ma al contrario dal  successo ottenuto dal capitalismo stesso. Quest’ultimo ha  indotto  le persone a considerare la prosperità, la buona vita come lo stato naturale dell’uomo. Per gran parte della storia dell’umanità, la condizione normale è stata la povertà diffusa, dominata da un’élite di aristocratici e latifondisti. Solo con l’affermazione delle istituzioni capitalistiche – proprietà privata, libero scambio, concorrenza e libertà d’impresa – i redditi e il benessere hanno iniziato a crescere su una scala senza precedenti. Lo scopo ultimo del capitalismo è proprio quello di democratizzare le opportunità, estenderle ad un numero sempre più vasto di persone. Il sistema capitalistico si sforza di produrre, in un regime di concorrenza,  beni a basso costo e quindi accessibili a tutti, così da mantenere alti sia i  livelli di produzione che quelli di consumo. Lo in modo neutro, non  per solidarismo, per filantropia, per etica pubblica ma per stato di necessità, per poter essi stessi sopravvivere. Il vecchio proletariato è scomparso, sostituito da un diffuso ceto medio che ha uniformato gli stili di vita della società grazie all’abbondanza delle merci ed alla loro fruizione. Ci siamo così abituati agli agi ed alle comodità da considerare la ricchezza  un dato di fatto, interpretando la povertà come un’anomalia creata dal sistema. Storicamente il punto di partenza è l’esatto opposto: la povertà è la palude da cui l’umanità ha dovuto faticosamente imparare a uscire. Questa inversione di prospettiva produce conseguenze dannose: se consideriamo la ricchezza come qualcosa che “esiste già” in natura, smettiamo di domandarci quali condizioni permettano di generarla. Proprietà privata, investimenti, risparmio e imprenditorialità diventano elementi di sfondo, quasi automatici. L’attenzione politica si sposta così interamente su come distribuire l’esistente, rendendo molto più facile considerare chi produce ricchezza  come il problema e chi promette di redistribuirlo come la soluzione. In questo corto circuito risiede il ritardo culturale della sinistra italiana, di chi la vota e, in fondo, la causa dell’eterna, sterile recriminazione  degli italiani.

*già parlamentare