La parola del giorno è

[con-su-stan-zià-le]

SIGN Che è della stessa sostanza

voce dotta⬀ recuperata dal latino ecclesiastico [consubstantialis], derivato di [substantia] ‘sostanza’, con prefisso [cum-] ‘con-‘. .

es. «La cura che hai per il tuo giardino e quella che hai per il tuo corpo sono consustanziali.»

Spesso per percepire l’alta dottrina di una parola ci basta un’annusata da lontano; anche se magari la sua formazione non contempla elementi astrusi, certi atteggiamenti di significato, certi modi di combinare i concetti ci rendono subito palese che questa parola non la useremo ragionando del menu della domenica.

‘Consustanziale’ è un termine dalla sorte interessante: nasce come termine specialistico della teologia cristiana, e in quest’ambito il suo precursore del latino ecclesiastico, consubstantialis, ha una fortuna quasi bimillenaria. Però in tempi recenti il suo ghiottissimo significato si è esteso rispetto al caso eccellente a cui si riferiva — ed ‘eccellente’ qui ha il sapore di un eufemismo.

Nel Concilio di Nicea del 325 fu stabilito che Gesù, il Figlio, è consustanziale al Padre; era una questione al centro di un contrasto incandescente (ad esempio la dottrina ariana la predicava in altro modo, subordinando il Figlio al Padre), che così fu risolto. Più ampiamente, per la dottrina cattolica sono consustanziali tutte e tre le Persone di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo: sono della stessa sostanza — termine, ‘sostanza‘, che qui si mostra nella sua stupenda complessità, buono per discorsi spiccioli e per discorsi ultimi, plasmato sul substare, uno ‘stare sotto’ che regge a un livello esistenziale ed essenziale.

Ad ogni modo, questo è l’uso eccellente del consustanziale — ed è molto comodo avere un uso eccellente, perché configura un modello permanente e semplice (più o meno) a cui fare riferimento.

Il consustanziale, fuori di teologia, partecipa comunque della medesima sostanza, e quindi è connaturato. Attenzione: due cose consustanziali non sono la stessa cosa, hanno la stessa sostanza.
Certe testimonianze ci fanno capire come è che per certe persone violenza e distruzione siano consustanziali al mondo intero; la gioia che respiriamo ci sembra consustanziale alla festa e alle persone che la fanno; e riconosco l’euforia che tu mi dai come consustanziale a certe euforie che provavo da ragazzino.

Il connaturato è più geometrico: riconosce qualcosa di inscritto in una natura, riconosce le parti di un tutto organico, integrato. Il pensiero del connaturato, per quanto potente, pare meno arduo e meno rischioso da formulare.
Il consustanziale è difficile perché ci chiede di sbilanciarci nell’individuare un’identità di sostanza, la partecipazione a un’essenza medesima. Per farlo, specie nel mondo astratto, simbolico, sentimentale e spirituale, serve una speciale (e opinabile) intelligenza delle cose. Ci servono nocche ben particolari per bussare su esperienze, sentimenti e concetti differenti, e riconoscere che suonano uguale: e beninteso, non è identità di materia — parliamo di una natura intima, di una quiddità.

Il pregio è che, a imbattervisi, il consustanziale non mostra niente di ostico, anzi si fa intuire in modo spedito; certo fa impennare la sottigliezza del discorso. Se ci prendiamo il rischio di usarlo, può essere di grande aiuto a orientarci in questo nostro smisurato labirinto di corrispondenze.

[ra-gàz-zo]

SIGN Giovane, giovanotto

secondo alcune fonti dal greco⬀ bizantino [ergàtes], ‘servitore’, secondo altre dall’arabo [raqqās], ‘portalettere’, dal verbo [raqasa], ‘danzare, muoversi animatamente’.

es. «Lasciate provare il ragazzo!»

Questa parola, comune e semplice, cela dietro la sua banale normalità un tesoro etimologico incerto: ad essere discusse sono due piste. Secondo alcuni dizionari essa affonderebbe le radici nell’arabo, secondo altri nel greco bizantino. Alla base, in entrambi i casi, stanno però nomi di mestieri umilissimi e antichi come il servitore e il portalettere. Per entrambi era necessario correre molto e di buona lena: ne sa qualcosa Truffaldino, o Arlecchino, che, nonostante la poltronaggine e l’ingordigia innate, servendo due padroni si ritrova a compiere acrobazie e a scorrazzare di qua e di là. Il fattorino e il servitore erano anche due lavori il cui valsente lasciava parecchio a desiderare: ovvio che una simile incombenza non potesse che essere assolta dai più giovani, i puledrini che hanno la smania nelle gambe e le tasche vuote per le quali anche due spiccioli sembrano un bel malloppo.

In questa immagine, di semplicità e pregnanza massime, risiede la cifra e il paradigma del ragazzo, una parola che vive nei nostri discorsi quotidianamente. Dalle espressioni più trite come ‘è un gioco da ragazzi’, all’uso consapevole (il figlio diciottenne dei vicini si è fatto proprio un bel ragazzo), dagli abusi di senso, come quando definiamo persone ben oltre i trent’anni ragazzi e ragazze invece di dire quello che sono, cioè uomini e donne adulte, all’eufemismo per non irrigidire troppo una relazione che non ha una vera e propria ufficialità (la mia ragazza è un’appassionata giocatrice di bridge).

Una parola così comune e sfruttata da chiamare a gran voce dei sinonimi per accentuare meglio alcuni aspetti dei nostri discorsi, dai più aulici, appena usciti da un esercizio di grammatica latina, come fanciullo, che col suo diminutivo, per un sapore più pascoliano, diventa fanciullino, ai più tecnici, come adolescente. C’è poi l’imparziale giovane, che con un gusto un po’ rétro diventa giovanotto, da vecchia signora che sgrida il villano che la supera correndo e facendola quasi rovinare a terra, utile a sottolineare l’età e il vigore fisico. C’è giovanetto, se proprio indichiamo qualcuno nel pieno della fase prepuberale… ragazzo, se vogliamo, li racchiude tutti, e forse proprio per tale ragione è così presente nei nostri discorsi.

Questo prezzemolo del nostro vocabolario potrebbe derivare dall’arabo raqqās, col significato di postino, fattorino. La parola è legata etimologicamente al verbo raqasa, dai significati di danzare, ballare, muoversi animatamente. Proprio ciò che fa quotidianamente il portalettere, il garzone che corre qua e là per la città a recapitare lettere, pacchi e raccomandate, correndo come una lepre.
I dizionari che invece prendono la strada greca, sostengono che esso provenga da ergàtes, servitore, in lingua greca bizantina.

In quali modi questa parola è giunta in italiano? Secondo i fautori della prima etimologia, la via sarebbe nient’altro che le contrade siciliane: dopo aver attraccato nei porti, superato le dogane e gli arsenali, è arrivata mano nella mano col facchino, altro figuro di questo mondo antico in cui i lavori ingrati e faticosi erano i pilastri sui quali si ergevano le potenze marinare che hanno spadroneggiato per secoli nel Mediterraneo.

Gli accademici più propensi al sentiero greco, invece, indicano l’esarcato di Ravenna come la porta d’accesso nella nostra penisola, suffragando l’affermazione con le prime comparse della parola e la sua conseguente espansione, avvenute proprio nel centro Italia. Al di là di ciò, la caratteristica comune di chi si impiegava come servitore o fattorino era la giovinezza — e non è un caso se anche oggi ‘ragazzo’ sia usato per indicare il garzone, il fattorino, il domestico giovane — ed ecco che essa ha preso il sopravvento a livello semantico: più che il mestiere, poté l’età.

[se-ràu-e (pronuncia ‘sëràuë’)]

SIGN Varietà linguistica: francoprovenzale di Faeto (FG) — Sorella

derivato dal latino [sorella], diminutivo del latino volgare [sora], per il classico [soror].

es. «O sunte quatte seràue é traje frare» ‘sono quattro sorelle e tre fratelli’ (frase in francoprovenzale di Faeto)

Cercando nell’AIS, l’Atlante Linguistico Italiano, opera tanto colossale quanto leggendaria, per realizzare la quale tre studiosi tedeschi negli anni ‘20 e ‘30 hanno girato l’Italia somministrando (si dice così) un questionario di 1600 domande in 406 diverse località, mi sono soffermato sulla sezione dedicata ai singenionimi, parola da UPAG, che significa ‘sostantivi che indicano parentela’. Per chi è interessato, l’AIS si trova online con anche bellissime cartine geografiche, e sulle parentele si possono consultare quelle tra la 5 e la 35. Guardando la cartina 14, dal titolo ‘tua sorella, le tue sorelle’ si nota come ci sia una straordinariamente scarsa varietà di forme dialettali, le quali, a parte differenze superficiali, si possono tutte ricondurre al tipo ‘sora’ e al tipo ‘sorella’ (col sardo che ha un sorre appena diverso) . Proprio per ‘farlo strano’ sono andato a prendere quella di Faeto, località del Subappennino Dauno (provincia di Foggia) dove parlano un dialetto… lionese. Avete letto bene, una guarnigione proveniente da zone presumibilmente tra Lione e Ginevra viene trasferita là nel XIII secolo, si mischia con la popolazione locale ma di base riesce a mantenere la lingua fino ai nostri giorni. Ma a ben vedere, pur avendo la parola subito delle modifiche, in particolare il passaggio tipico ‘francese’ di -l- a -u- (pensate a haut per ‘alto’ o chaud per ‘caldo’) si riconosce bene ‘sorella’.

Sia ‘sorella’ sia ‘fratello’ (e parzialmente ‘figlio’) derivano spesso, ma non sempre, dalla forma diminutiva del latino: una ‘sorella’ è necessariamente una sorellina quando arriva in famiglia, così come un ‘fratello’ è un fratellino e un ‘figlio’ è un ‘figliolo’, come ancora si dice per esempio a Firenze. Nella frase d’esempio si vede che a Faeto per ‘fratello’ non si usa la forma originariamente diminutiva: in frare infatti si riconosce ‘frater’, non ‘fratellus’.

I singenionimi sono una vera ossessione per gli antropologi e i linguisti: per gli antropologi perché la strutturazione dei nomi di parentela ci illumina su come la cultura organizza i rapporti familiari e matrimoniali, e per i linguisti perché i questi particolari sostantivi hanno proprio delle caratteristiche tutte loro rispetto agli altri: infatti i diligenti linguisti d’inizio secolo, a Faeto a dorso di mulo, non chiedevano ai loro informatori ‘come dici sorella?’, ma ‘come dici tua sorella?’ e ‘le tue sorelle?’

Un vero rompicapo: alcuni dialetti vogliono il possessivo prima del nome (in generale i dialetti del nord), altri lo vogliono solo dopo (il sardo), altri lo vogliono dopo, ma solo per i nomi di parentela, e spesso in forma fortemente ridotta; e in certi dialetti si distingue il tipo di possessivo se si parla di parenti vicini o di parenti lontani, o al singolare rispetto al plurale. In certi dialetti, quindi si dice sore-ta ‘tua sorella’, con forma ridotta, non accentata, ma magari ‘le sore tue’, con la forma piena del possessivo. E questo funziona con ‘sorella’, ‘fratello’, ‘mamma’, ‘babbo’ ma non con ‘cognato’, o ‘suocero’. E anche quando questo avviene, non avviene mai con nomi che non sono di parentela: in nessun dialetto italiano si dice vrazzo-to per ‘il tuo braccio’ con la forma ridotta, anche se tranquillamente si dice frate-to. Puntualmente a Faeto, incredibile isola nordista nel mare dei dialetti meridionali, si dice ta seràue, mentre in qualunque località lì intorno si dirà certamente sòrëta o qualcosa di simile. Se non ci fossero i documenti storici a raccontarcelo, basterebbe questo a dimostrare che i faetani arrivano da molto lontano.

Non tutti forse ci hanno fatto caso, ma anche in italiano i singenionimi hanno un comportamento speciale, perché rifiutano l’articolo: ‘mio suocero corre’, ‘mio cognato corre’, ma non ‘mio amico corre’; ma questo avviene solo al singolare, per cui si dice ‘le mie sorelle dormono’, non ‘mie sorelle dormono’. C’è chi ha collegato questo fatto a un supposto universale cognitivo, che si vede bene in molte lingue esotiche, che distinguerebbe nella mente umana e quindi in qualche modo nella lingua, il ‘possesso inalienabile’ (una cosa è mia e non può non esserlo) da ‘possesso alienabile’ (una cosa è mia ma potrebbe non esserlo, perché posso perderla, o venderla, ecc.). Per dire quanto però sono sfuggenti questi universali, ho trovato una lingua, mi pare della Polinesia, dove per ‘fidanzato’ si usa il possessivo inalienabile (l’amore è un legame indissolubile), mentre per ‘marito’ si usa l’alienabile (perché l’amore è eterno finché dura).

La parola del giorno è

[ge-mèl-lo]

SIGN Generato in uno stesso parto con uno o più fratelli o sorelle; di cose estremamente simili, che possono costituire una coppia

dal latino [gemellus], diminutivo di [geminus] ‘gemello’.

es. «Le gemelle Kessler erano soprannominate ‘le gambe della nazione’.»

In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.

La parola italiana gemello deriva dal latino gemellus, diminutivo di geminus, solitamente fatto derivare dal protoindoeuropeo *i̯emHno– ‘gemello, doppio, appaiato’ attraverso il protoitalico *i̯emano- (il simbolo i̯ indica la i semiconsonantica che abbiamo per esempio in italiano ieri, che infatti, ancora nel Novecento, talvolta si scriveva jeri).

Un problema, in questa etimologia pur ampiamente condivisa, è che il suono *i̯- ereditato dal protoindoeuropeo si dovrebbe conservare inalterato in latino, e diventare g- solo nel passaggio dal latino all’italiano — prendete ad esempio il nostro gioco, da protoindoeuropeo *i̯óko- ‘parola, battuta’ (umbro iuka ‘parole’, lituano juõkas ‘riso, scherzo’), che in latino era ancora iocus. Insomma, da protoindoeuropeo *i̯emHno– ci aspetteremmo latino *ieminus. Molti ritengono dunque che questo *ieminus sia diventato geminus sotto l’influenza di parole come gignō ‘generare’ e genus ‘stirpe’.

Se le cose stanno così, allora varie altre lingue indoeuropee attestano parole imparentate col latino geminus: antico irlandese emon ‘gemello’, lettone jùmis ‘coppia’, sanscrito vedico yamá– e avestico yǝ̄ma– ‘gemello’. Questi ultimi due sono anche i nomi propri di due personaggi mitici, il vedico Yama e l’avestico Yima (forma avestica recente di yǝ̄ma-), ai quali, non senza difficoltà etimologiche, è stato accostato anche l’antico nordico Ymir.
Chi erano costoro? (Faremo un bel giro che finirà per riportarci a Roma.)

Nella mitologia nordica, Ymir è un gigante che viene ucciso e smembrato dal dio Odino e dai suoi fratelli per creare dalle sue membra il mondo: dalla carne la terra, dalle ossa le montagne, dai capelli gli alberi, dal sangue il mare e i laghi, etc.

Anche Yima, secondo un mito avestico, è in qualche modo un essere primordiale (è il re degli uomini quando essi erano ancora immortali) che a un certo punto viene smembrato, forse in due parti, da un essere malvagio.

Yama invece, suo corrispondente vedico (è il primo uomo mortale), non viene smembrato, ma secondo alcune interpretazioni rappresenta la vittima sacrificale per l’atto della creazione, un sacrificio presieduto da suo fratello Manu, nome che in sanscrito significa ‘uomo’. Anche la mitologia indiana però conosce lo smembramento di un essere primordiale: Puruṣa (di nuovo, letteralmente, ‘uomo’), dalla cui testa viene creato il cielo, dall’ombelico l’aria, dalle gambe la terra etc.

In questi tre miti sembra di scorgere elementi linguistici e narrativi comuni, che ne farebbero i riflessi di un mito più antico, anteriore alla separazione delle lingue indoeuropee: un mito cosmogonico (che spiega cioè la nascita del cosmo) secondo il quale, perché il mondo possa essere creato, è necessario lo smembramento sacrificale di un essere primordiale, un proto-uomo chiamato ‘Gemello’.

Elementi di questo protomito si possono scorgere anche in altre tradizioni. Per esempio, racconta Tacito nella sua Germania (I sec. d.C.), si tramandava tra gli antichi Germani del divino Tuisto, padre di Mannus, il progenitore di tutti i Germani, il cui nome corrisponde al sanscrito Manu (quindi di nuovo ‘uomo’). Lo stesso nome di Tuisto potrebbe essere imparentato con inglese twin e significare ‘gemello’.

Infine, sembrano avere a che fare con questo mito due gemelli a tutti noti, Romolo e Remo. Molto è stato scritto su di loro, ma secondo l’interpretazione più diffusa, mentre Rōmulus è, letteralmente, ‘il Romano’, Remus deriverebbe dal protoindoeuropeo *i̯emHo– ‘gemello’ (come Yama e Yima), e avrebbe poi acquisito l’iniziale R– per allitterazione con Rōmulus: all’inizio, quindi, dire “Romolo e Remo” equivaleva a dire “il Romano e il suo gemello”. Nel mito, Remo subisce una sorta di morte sacrificale essenziale per la fondazione di Roma quando, oltrepassandone la cinta fondativa, viene ucciso dal fratello. Nella tradizione latina, dunque, il mito indoeuropeo della creazione del cosmo viene storicizzato: il sacrificio cosmogonico del Gemello diventa l’atto fondativo della città-mondo, Roma. Da notare infine che, secondo una tradizione poco nota, anche Romolo finì per essere ucciso e smembrato dai senatori romani, che potrebbero quindi aver sostituito gli dèi del mito indoeuropeo.