di Sofia Flaùto*


Le immagini brutali che filtrano dai fronti di guerra, i titoli che rimbalzano ossessivi sugli smartphone e l’eco costante delle escalation internazionali non sono semplici frammenti di cronaca geopolitica. Sono, in realtà,
vere e proprie onde d’urto capaci di scardinare le fondamenta emotive delle nuove generazioni. Come professionisti della tutela e dell’educazione minorile, abbiamo oggi il dovere etico di interrogarci su cosa vedano realmente i nostri ragazzi in questo orizzonte di macerie e, soprattutto, sul perché appaiano così distanti, quasi desertificati nell’anima.

A noi adulti, cresciuti con la partecipazione politica nelle piazze o nei dibattiti strutturati dei telegiornali, quel distacco può sembrare cinismo. Saremmo tentati di scuoterli, di urlare che il mondo sta bruciando, ma la realtà è ben diversa: quello che osserviamo non è disinteresse, è un “impermeabile emotivo” indossato per non affogare in un oceano di angoscia senza nome.

I nostri ragazzi non sono diventati di pietra; sono stati semplicemente esposti a una realtà troppo feroce, una violenza visiva e psicologica che non ammette filtri e che satura ogni spazio di riflessione.

Dal trauma collettivo della pandemia — l’incontro brutale con la morte avvenuto prima ancora di avere le parole per spiegarla — alla spettacolarizzazione dell’orrore nei conflitti globali, la loro crescita è stata una corsa a ostacoli in uno stato di emergenza permanente.

Immagini crude e informazione frammentata generano oggi una confusione etica che impedisce la formazione di una coscienza critica. In questo scenario, come può un adolescente progettare il proprio domani se il futuro è percepito esclusivamente come una minaccia apocalittica?

Il risultato di questa esposizione continua è una saturazione paralizzante: se il trauma diventa la norma, la mente attiva inevitabilmente un’anestesia di difesa. È la cosiddetta compassion fatigue, l’esaurimento della capacità empatica di fronte a troppi stimoli tragici.

Questo fenomeno genera un ripiegamento su un “qui e ora” esasperato, un edonismo difensivo che nasce dal terrore del futuro e dall’erosione della fiducia verso il mondo adulto, percepito ormai come una guida fallimentare, incapace di garantire pace e stabilità.

Il silenzio di questa generazione non è un vuoto da colmare con i nostri rimproveri, ma un grido soffocato che attende un ascolto autentico.

Come adulti, non dobbiamo pretendere che reagiscano secondo i nostri vecchi schemi ideologici. Dobbiamo invece aiutarli a sfilarsi quell’impermeabile, pezzo dopo pezzo, dando finalmente un nome alle paure stratificate in questi anni di crisi ininterrotte.

Dobbiamo insegnare loro che la partecipazione civile non è un onere burocratico o un’eredità polverosa, ma l’unico vero antidoto alla rassegnazione.

Per farlo, però, dobbiamo tornare a essere per loro dei “porti sicuri”, capaci di accogliere la fragilità senza mai trasformarla in una colpa da espiare.

Solo se saremo capaci di restare noi stessi sotto la pioggia di questo tempo, senza schermi o indifferenza, i nostri ragazzi troveranno finalmente il coraggio di sfilarsi l’impermeabile e ricominciare, finalmente, a vibrare.

*pedagogista