La parola del giorno è

[nèr-bo]

SIGN Staffile ricavato dai nervi cervicali di buoi e cavalli; forza, vigore; la parte più forte di qualcosa

dal latino [nervus] ‘nervo’.

es. «Queste due sono il nerbo dell’Istituto.»

C’è forse un po’ di confusione nella progressione dei significati di questa parola, anche nelle presentazioni lessicografiche.
Noi quando parliamo di ‘nerbo’ parliamo di forza, anzi spesso della parte più forte di qualcosa. Infatti snobbiamo le poesie senza nerbo, e notiamo quali elementi siano il vero nerbo della squadra. Ma ‘nerbo’ ha avuto un significato concreto molto preciso, e poco rassicurante.

Il nerbo era uno staffile, un frustino. Aveva questo nome, variante di ‘nervo’, perché era ricavato dai nervi cervicali di buoi e cavalli, intrecciati e disseccati. Ora, queste fibre potevano essere anche usate per altri scopi più pacifici, ma il nerbo era particolarmente apprezzato per scudisciare animali e studenti; in effetti, era così doloroso che non veniva disdegnato nemmeno come strumento di tortura.

Ora, a leggere le progressioni illustrate da certi dizionari, dovremmo desumere che il nostro nerbo, il nerbo-forza, derivi figuratamente da questo specifico scudiscio, che una certa suggestione di aggressività la dà. E però non è così. Questo nerbo è stizzoso e oppressivo, più che fibra di energia. Come arma, è impiegata in maniera autoritaria, rabbiosa e piuttosto vile. D’altro canto il nerbo era sempre stato collegato alla forza.

Pensiamo al nerboruto, che deriva da un antico plurale di nerbo, ‘nerbora’: è nientemeno che muscoloso, piazzato, gagliardo. Anche il nerbuto, oggi meno comune, è semplicemente forte. Ma perfino il nervo ha queste accezioni — uno stile senza nervo, il nervo di un’organizzazione.
Certo oggi, chierici o laici che siamo, abbiamo delle idee più precise sull’anatomia umana e su quale struttura faccia che cosa, rispetto a un tempo — e il nervo si inclina piuttosto su umore, agitazione, irritazione, sensibilità, non tanto sulla forza (che nervi!). Ma le considerazioni fatte dalla lingua cambiano lentamente — e così il nerbo resta la forza, l’elemento forte. Peraltro, in un registro piuttosto elevato; il fatto che il riferimento sia meno immediato e corrente, paradossalmente, aiuta.

Posso parlare del nerbo mostrato con la reazione di polso, dell’opera sofisticata ma priva di nerbo, della divisione che è il verbo nerbo di tutta l’impresa, della coppia che è il nerbo creativo del gruppo.

In quella che oggi percepiamo come una sfocatura, conserviamo un modo fisico di dare una rappresentazione metaforica alla vigoria, alla parte più valida di una forza che agisce — lontano dalla didascalia spicciola della stessa forza e dello stesso vigore, e anche dalle iperboli delle spine dorsali e delle punte di diamante. Da tenere in ballo!

[e-ste-tiz-zàn-te]

SIGN Eccessivamente attento agli aspetti formali, esteriori, estetici

propriamente, participio presente di [estetizzare], nel senso di ‘assumere modi da esteta’, cioè da seguace dell’[estetismo]; questo è derivato da [estetico], una voce dotta⬀ recuperata dal greco⬀ [aisthetikós] ‘percettivo, sensitivo’, da [aisthetós] ‘sensibile’.

es. «Quando i suoi discorsi prendono queste pieghe estetizzanti si perde un po’ il filo.»

(Parola difficile che mi è capitato di usare senza spiegarla; vediamo di fare ammenda perché è formidabile.)

Partiamo dall’estetica: è una parola che ha le sue alpestri altezze filosofiche ma che ci ha fatto il favore di percolare nel discorso comune col significato di ‘bellezza’. Non considereremo qui le implicazioni del fatto che il greco aisthetikós abbia i significati di ‘sensitivo, percettivo’, e che non parli già di bellezza — e glisseremo sull’estensione dell’estetica quale disciplina perché in effetti ci interessa proprio la bellezza. Qui il discorso impone di dire in frasi ciò che è dibattuto in biblioteche.

L’estetismo è stato un movimento artistico che prende abbrivo nella seconda metà dell’Ottocento: il culto della bellezza più sofisticata, dell’arte per l’arte, sono le sue cifre essenziali. È in questo bacino che troviamo come antesignano Lord Brummel, dandy di leggendaria eleganza, e quindi famosamente Oscar Wilde, con la bandiera del suo Il ritratto di Dorian Gray, fino a Gabriele D’Annunzio, con Il piacere e tanto altro.
Ora, questo movimento non ha quell’ottimista ricerca della bellezza che troviamo ad esempio nel Rinascimento: si colloca nella più ampia cornice del decadentismo. L’impressione (non peregrina) è quella dell’imminente fine di un’epoca, e se da un lato esiste un positivismo borghese che intende rifondare il mondo con la scienza, dall’altro c’è rifiuto, noia esistenziale (diciamo spleen) e languore. Paul Verlaine, precursore del decadentismo, scriveva in una sua celebre poesia, titolata proprio Languore:

Sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d’oro.

Si dice estetizzante ciò che si conforma ai canoni di questo estetismo; e però, accanto a questo significato storico, possiamo astrarre l’attributo di chi o ciò che ostenta una raffinatezza esteriore vuota, esagerata, pretenziosa; di un’eleganza vana, imperniata su preziosismi formali, di un’esaltazione irrazionale di comportamenti e modi còlti solo nella loro estetica. In parole più sintetiche, l’estetizzante è eccessivamente attento agli aspetti formali, esteriori. Difficile? Be’, pelare le patate è (talvolta) più facile, ma la via non è impervia.

Posso parlare delle composizioni estetizzanti di certe foto profilo — che non rappresentano nemmeno lontanamente, sappiamo, la persona che ritraggono; posso parlare di come il romanzo si spenga in fantasie estetizzanti difficili da seguire e impossibili da sostenere; posso parlare del favore estetizzante verso una reazione violenta — che ha in testa un’epica cinematografica esausta fine a sé stessa.

La precisione del significato, maturato attraverso decenni e secoli di esperienze culturali complesse, lo allontana da qualsiasi sinonimo, ma qualche paragone lo possiamo fare.
Il manierato è più imitativo, più falso: una composizione manierata, in una foto, è una posa copiata — mentre l’estetizzante può essere schiettissimo, ed elegante davvero, e perfino originale, per quanto vano e pretenzioso. Una fantasia sofisticata o raffinata, per quanto sottile e ostica, può anche essere ricca di significato; una fantasia estetizzante no, è pura forma. Un favore affettatoleziosoartificioso verso la violenza, ha un’aria sciocca e compiacente, compunta e attenta ai modi: non è macerato in un’estetica che antepone a ogni altra considerazione. Un po’ per riprendere Verlaine, potremmo considerare anche il bizantino — che però è più sottile e cavilloso: la sua formalità non è formalità estetica.

L’estetizzante è un ennesimo vestito buono, insomma: non si può mettere in qualunque discorso — pena, il risultare estetizzanti. Ma di occasioni per usarlo, così netto e ricco com’è, in un mondo mondano ce ne sono eccome.