di Vincenzo D’Anna*

Roma, 28 agosto 2026 – Perdonate l’uso del “Latinorum”, come Manzoni fa dire a Renzo nei “Promessi sposi”, ma la massima latina che compare nel titolo di questo articolo, citata da Marco Tullio Cicerone come proverbio, si attaglia perfettamente all’argomento. Essa significa che “il sommo diritto è somma ingiustizia” e proprio somma ingiustizia è l’ulteriore tassazione dei profitti ritenuti extra dallo Stato. Ancorché essa appaia virtuosa ed equa agli occhi dell’uomo della strada, in realtà rappresenta una violazione della libertà d’impresa e un intollerabile abuso da parte dello Stato nei confronti di chi intraprende una qualsivoglia attività. Innanzitutto perché i redditi, qualunque sia la loro entità, sono già sottoposti a tassazione e, nel caso delle attività energetiche, su di esse grava anche l’Iva, che incamera lo Stato. Irpef, IVA, tasse di concessione governativa, balzelli locali fanno un cumulo che assorbe in termini percentuali oltre il cinquanta percento dei ricavi qualsiasi sia volume d’affari della azienda. Inoltre occorrerebbe stabilire chi abbia dato il diritto allo Stato di definire cosa sia normale e cosa extra nei profitti di un’impresa, di invadere il campo della gestione aziendale, disincentivare gli investimenti, in maniera tale da condizionarne la vita stessa dell’impresa rasandone, a posteriori, la redditività. Se passa questo principio, passa anche quello di riconoscere allo Stato il diritto di stabilire quale reddito debba produrre un’azienda, gravandola di un’ulteriore gabella, mentre nessuno ha mai definito sgravi fiscali per le stesse aziende in caso di perdite straordinarie di gestione. Insomma, che questo somigli a un’estorsione va detto a chiare lettere, così come va precisato che, su questa china, si arriverà a condizionare la libera impresa e il diritto alla prima di tutte le libertà: quella del poter fare, delle libertà economiche. E non finisce nel campo imprenditoriale il diritto all’estorsione statale, perché si potrà applicare anche alle altre tipologie di reddito: quelle, ad esempio, da libera professione, commercio, artigianato, agricoltura e servizi. Si potrà determinare un’ulteriore imposta anche per fasce di reddito o di stipendi, qualora lo stesso malversatore statale decida cosa sia un extra reddito per queste categorie. La vicenda trae origine da quell’innato e diffuso sentimento che è l’invidia sociale, il rancore che marxisti e statalisti hanno fruttuosamente ribattezzato “giustizia sociale”. Nasce dal convincimento che la ricchezza sia una condizione di natura e non lo sia, invece, la povertà, dal che risulta che siano antipatici coloro che sono ricchi e simpatici coloro che vogliono redistribuire la ricchezza. Tuttavia, la ricchezza si determina attraverso fattori diversi: il lavoro, i talenti, le intuizioni sui prodotti che la gente maggiormente desidera, il risparmio, i capitali da investire e il relativo rischio che l’investitore si accolla. Cosa ben diversa per le aziende statali, ove la gestione è spesso di tipo politico e clientelare e i debiti li si ripiana con i soldi del contribuente. Sissignore, anche con i soldi di quelli che sbavano e inveiscono contro i ricchi, veri o presunti, a seconda del grado di normalità o straordinarietà dei profitti e dei redditi che lo Stato stabilisce. È estremamente semplice ed eufonico asserire che chi stia guadagnando tanto dalle contingenze sociali paghi un ulteriore tributo alla collettività, ma, all’atto pratico, è cosa che ha implicazioni negative sull’intera economia, svantaggia le nostre aziende all’estero e comporta cessioni di libertà individuali allo Stato, con un risultato finale che finirà per danneggiare la massa dei contribuenti. Altra cosa è concordare, in via del tutto eccezionale, un contributo di solidarietà con chi può darlo nel comune interesse; altra cosa è stabilire cosa sia extra e cosa normale nel profitto di un’azienda o di un’attività. Un esempio ci soccorre: se gli extra profitti sono definiti dallo Stato, che li tassa ulteriormente, oltre un limite di decenza e di praticabilità, chi si è mai posto il problema di definire le perdite straordinarie per tutte quelle attività economiche danneggiate dal lockdown durante l’epidemia di Covid-19? In buona sostanza, si tratta, sotto altre definizioni e mentite spoglie semantiche, della vecchia e cara redistribuzione della ricchezza: la vendetta dei complessati sociali e dei garantiti da uno stipendio a vita che rivendicano una pseudo-giustizia distributiva, la “Fattoria degli Animali” di George Orwell all’incontrario, la cancellazione dei meriti del lavoro, dei sacrifici
e dei talenti che costituiscono i gradini della scala economica e poi sociale. C’è tanta gente in giro narcotizzata dalla pubblica assistenza, dall’idea di avere diritto a vivere meglio al di là dei meriti e dell’impegno. In una nazione ove l’idea dello Stato padre e padrone, che ti segue dalla culla alla bara, è ormai ontologica, gli extra profitti sono la somma ingiustizia travestita dalla somma virtù della solidarietà.

*già parlamentare