di Vincenzo D’Anna*
Roma, 11 agosto 2026 – Più passa il tempo e più l’incedere politico del generale Roberto Vannacci assume la connotazione di una marcia, mentre il suo eloquio, già scarno e qualunquista agli esordi, diventa imperativo e categorico. Insomma, le stigmate del militare sembrano prendere il sopravvento sulle sembianze iniziali del politico. Esaltato dai sondaggi, che registrano un costante incremento dei suoi potenziali elettori, Vannacci sembra in procinto di trasformarsi nella parodia del Benito Mussolini della prima ora, quando, con i neonati Fasci di combattimento formati in gran parte da reduci della vittoriosa Prima guerra mondiale, il giornalista di Predappio si organizzava per marciare su Roma. I seguaci del futuro Duce erano perlopiù ex combattenti convinti che la vittoria ottenuta sul campo fosse stata tradita e svenduta dai politicanti romani al tavolo delle trattative. Una moltitudine di uomini che aveva sperato che, dopo Vittorio Veneto, sarebbero arrivati onore, rispetto e un lavoro capace di assicurare una vita più agiata. Gente esasperata, che aveva molto patito nella guerra di trincea, costata all’Italia circa seicentomila morti e un milione di feriti. E tuttavia, senza la calcolata, scaltra arrendevolezza di re Vittorio Emanuele III e del governo moderato-liberale guidato da Luigi Facta, quella marcia non avrebbe raggiunto il suo scopo. A dire il vero, i manipoli fascisti non avrebbero neppure raggiunto Roma se l’esercito schierato a difesa della Capitale non avesse ricevuto l’ordine di ritirarsi. Una colpevole sottovalutazione del pericolo eversivo e l’ignavia del re sabaudo furono dunque determinanti nell’ottobre del 1922. Tanto che i detrattori del fascismo attribuirono proprio a quella decisione la responsabilità di aver lasciato il passo alle camicie nere, ironizzando sul fatto che, senza quella compiacenza, il grido di battaglia fascista “Roma o morte”, si sarebbe trasformato in “Roma o Orte”, la cittadina alle porte dell’Urbe dove si era schierato l’esercito per sbarrare la strada ai “manipoli “. Chiariamo: il parallelo è eminentemente storico ed esclusivamente metafisico unicamente comparativo. Non riguarda eventuali identici scopi esistenti tra Mussolini e Vannacci, ma il possibile riproporsi di una sottovalutazione di quel fenomeno politico di turlupinare gli elettori su larga scala, che in Italia e’ già accaduto. Quello del generale è un fenomeno che, di dimensione politicamente valida ha ben poco, ma che non va sottovalutato per l’eccessiva dose di populismo e di demagogia che contiene, che deve essere attentamente valutato sia dalla politica che dalle istituzioni. Per la verità: abbiamo già pagato , e stiamo ancora pagando, in termini economici e di caos politico-istituzionale, il qualunquismo pernicioso e farlocco del Movimento Cinque Stelle, le illusioni e le aspettative che esso ha generato, un decennio fa, in una parte consistente dell’elettorato. Non vorrei che si ripetesse, sotto altre mentite spoglie la stessa identica esperienza con il partito di Vannacci!! Gli italiani sono facilmente influenzabili perché spesso scarsamente interessati alle vicende politiche, ma sufficientemente opportunisti rispetto alle utilità che potrebbero ricavarne, per imbarcarsi nuovamente dietro un altro pifferaio magico. Un “ uomo nuovo” capace di conquistare consenso e potere, proprio attraverso l’uso dell’antipolitica, della critica radicale al sistema. Mutatis mutandis, si potrebbe riproporre il qualunquismo e l’ambiguita’ politica del movimento grillino. Quest’ultimo radunava gli scontenti della sinistra, i clienti ed i sempiterni moralisti; quello di Vannacci potrebbe raccogliere gli scontenti ed i reazionari della destra più radicale. Insomma, due facce opposte della stessa medaglia: due scatole ben incartate, ma parimenti vuote di un progetto attuabile e di una politica praticabile. Grillo trovò nei panni remissivi di Luigi Facta i suoi Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani e, in quelli di Vittorio Emanuele III, Giorgio Napolitano, anch’egli convinto di poter ricondurre a ragione e utilizzare ad usum delphini, ossia contro la Destra, il Movimento Cinque Stelle. Vannacci potrebbe trovarli in Giorgia Meloni che vuol rivincere le elezioni, oppure piazzare un suo candidato al Quirinale, salvo poi vedere la biscia rivoltarsi contro il ciarlatano. In parole povere, la Meloni potrebbe tenersi buono Vannacci per battere la Sinistra e Mattarella potrebbe essere poco incline ad intromettersi, essendo ormai prossimo alla conclusione del suo secondo e ultimo settennato al Quirinale. Tuttavia, è sempre un errore pensare di poter rendere mansueto chi mansueto non è, di poter moderare chi non ne’ ha l’inclinazione. E più aumenterà, nei sondaggi, il suo potenziale consenso, più Vannacci tenderà a spararle grosse, con il piglio deciso e il tono stentoreo dell’aspirante castigamatti, del demagogo che possiede sempre una risposta semplice ad un problema complesso. Intendiamoci : Il generale non è un pericolo eversivo: è qualcosa di diverso, forse di peggio. È una nuova, illusoria opportunità offerta al ventre molle della nazione, a coloro che vogliono ragionare poco ed agire perentoriamente innanzi al fenomeno migratorio di massa, alla sicurezza personale ed alla criminalità dilagante, quelli che cercano l’ennesima comoda scorciatoia per risolvere problemi complessi che accomunano ormai tutti i paesi occidentali, risolvibili solo da un uomo forte e determinato mandato dalla divina provvidenza. Cosa fosse il fascismo di Mussolini gli oppositori del regime lo scoprirono ben presto allorquando il Duce fece somministrare loro, dai suoi avanguardisti, una dose di olio di ricino, poi venne fuori, drammaticamente, il vero volto di quel regime. Se Vannacci assurgesse ai vertici dello Stato, come capitato già capitato coi seguaci di Beppe Grillo, finirebbe con l’equivalere, per tutti gli italiani, alla somministrazione di un olio più subdolo ed invasivo dal punto di vista anatomico, assai più scivoloso: l’olio della vasellina.
*già parlamentare











