
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 1 luglio 2026 – La Corte Suprema degli Stati Uniti è tornata al centro del dibattito sullo ius soli, pronunciandosi su uno dei cardini della politica di Donald Trump, cavallo di battaglia della sua campagna elettorale. La decisione, adottata a stretta maggioranza, ha tuttavia riguardato soprattutto i limiti dei poteri dei giudici federali nell’impedire l’applicazione degli ordini esecutivi del presidente, rinviando ad altre sedi il giudizio definitivo sulla costituzionalità delle restrizioni alla cittadinanza per nascita.
Resta però fermo il principio sancito dal XIV Emendamento della Costituzione americana: chi nasce sul suolo degli Usa ed è soggetto alla loro giurisdizione è cittadino americano. Un principio che, fin dalla sua introduzione nel 1868, ha rappresentato uno dei pilastri dell’ordinamento costituzionale statunitense e dell’idea stessa di libertà civile.
La cittadinanza, infatti, non è soltanto uno status giuridico, ma il presupposto indispensabile per l’esercizio dei diritti riconosciuti a ogni individuo libero. La sentenza ha inoltre chiarito che l’inquilino della Casa Bianca può esercitare le proprie prerogative in materia di immigrazione e cittadinanza soltanto entro i limiti fissati dalla Magna Carta, mentre i giudici federali non possono estendere indiscriminatamente i propri provvedimenti oltre i casi loro sottoposti.
Una pronuncia chiara, comprensibile e resa in tempi rapidi. Da noi, verosimilmente, una questione analoga avrebbe impegnato la Corte Costituzionale per anni, al termine dei quali ci saremmo ritrovati dinanzi a una decisione ben più articolata, accompagnata dall’immancabile corredo di polemiche politiche, interpretazioni contrastanti e accuse reciproche.
Ciò non toglie che il tema dello ius soli sia strettamente connesso al più vasto fenomeno delle migrazioni di massa che da decenni interessano l’Occidente, da una sponda all’altra dell’Atlantico. Un movimento demografico di dimensioni tali che, in altre epoche storiche, quando la forza degli eserciti si misurava soprattutto dal numero dei combattenti, avrebbe potuto tradursi nella conquista militare del continente europeo.
Secondo le proiezioni demografiche, la crescita della popolazione mondiale continua a concentrarsi in Africa e in vaste aree dell’Asia, mentre l’Europa registra una natalità sempre più contenuta. È una tendenza strutturale che molti osservatori sottovalutano, preferendo ricondurre ogni riflessione critica sul fenomeno migratorio al cosiddetto “suprematismo”, termine ormai utilizzato come una categoria ideologica più che come una definizione politica.
Il termine viene spesso impiegato per descrivere il convincimento secondo cui un gruppo, una nazione, una razza, una classe o una religione sarebbero superiori alle altre e, in quanto tali, destinati a dominarle. Per paradosso, però, esso finisce ormai per identificare anche un’altra ideologia: quella che attribuisce all’Occidente, alla sua storia e ai suoi valori politici e sociali la responsabilità esclusiva delle disuguaglianze e della povertà del resto del mondo.
Così, nel contrastare una visione gerarchica fondata sul “noi al di sopra degli altri”, si è affermata un’altra formula ideologica, altrettanto semplicistica: “la causa di tutti i mali siamo noi occidentali”. È quell’«odio di sé» che Benedetto XVI denunciava come ingiusto e mendace, perché incapace di riconoscere quanto la tradizione giudaico-cristiana abbia contribuito alla nascita dello Stato costituzionale, dei diritti individuali e delle libertà civili che caratterizzano l’Europa e l’Occidente.
Che questa visione sia propria soprattutto dei ceti più abbienti, i quali godono di libertà, sicurezza e benessere, appare spesso come una postura culturale, un atteggiamento radical chic di chi, sazio, discetta della fame del mondo senza misurarsi con la concretezza dei problemi.
Il fenomeno migratorio, tuttavia, ha dimensioni epocali e affonda le proprie radici non soltanto nelle eredità coloniali, nello sfruttamento delle risorse o nelle responsabilità storiche dell’Occidente, ma soprattutto nella diversa concezione della libertà, della democrazia, dei diritti individuali e delle istituzioni chiamate a garantirli.
Guerre, conflitti religiosi, odi etnici, sottosviluppo economico e mancata emancipazione sociale sono spesso il prodotto di satrapie, regimi autoritari, teocrazie e monarchie assolute che ancora oggi governano vaste aree del pianeta dalle quali provengono milioni di migranti. Predomini di casta, privilegi ereditari, povertà e sottomissione sono figli di quei sistemi politici e sociali, non della presunta malvagità dell’Occidente.
A confermarlo è anche quanto accade in Sudafrica, il Paese che con Nelson Mandela seppe abbattere l’apartheid e riconciliarsi con il proprio passato, ma che oggi conosce nuove e violente tensioni nei confronti degli stranieri.
È il segno dei tempi. Un fenomeno destinato a interrogare tutte le democrazie occidentali e che nessuno può illudersi di affrontare ricorrendo soltanto agli slogan, siano essi ispirati allo ius soli o alla remigrazione. Un problema non risolvibile dal Vannacci di turno.
*già parlamentare.










