Miracolo Argentina, un esempio da seguire
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 13 giugno 2026 – Xavier Milei, attuale presidente dell’Argentina, economista liberale e liberista, è stato oggetto di critiche e scetticismo, come capita a chiunque si opponga con forza, senza compromessi né compiacenza, alla dottrina statalista. Dalle nostre parti è stato perfino calunniato come sedicente fascista e aspirante dittatore di quella grande nazione, ove la metà dei suoi abitanti è di origine italiana, talvolta finanche deriso dalla sinistra nostrana che lo ha esorcizzato come esponente del cosiddetto “liberismo selvaggio”, ossia il libero mercato concorrenziale che, per gli adoratori del socialismo, rappresenta una dottrina aberrante, foriera di sfruttamento e disagio, oltre che produttrice di diseguaglianza sociale.
Tuttavia Milei ha tirato diritto, mettendo mano a riforme di sistema e affrontando l’impopolarità presso i beneficiari di prebende statali e i parassiti di ogni colore. Assurto al potere in una nazione che per mezzo secolo ha creduto e seguito entusiasticamente il socialismo giustizialista argentino, fondato negli anni ’40 del XX secolo da Juan Domingo Perón e, alla morte di quest’ultimo, da un’altra figura mitica del peronismo, la moglie Evita Perón.
A sostenere il movimento erano i famosi “descamisados”, le masse popolari sulle quali il peronismo faceva leva portando avanti un’eterogenea e spesso contraddittoria dottrina socioeconomica, un legame viscerale con le classi popolari e i sindacati, comprendendo al proprio interno sia l’ala di destra nazionalista delle origini sia la sinistra rivoluzionaria.
Una nazione un tempo florida grazie al commercio della carne proveniente dagli allevamenti ubicati nella vastissima pianura denominata Pampa. Economia che fu travolta in seguito da politiche demagogiche e assistenzialiste che andavano incontro ai sussidi richiesti dai ceti popolari delle metropoli e delle immense aree suburbane.
Milei ha ereditato un Paese con una svalutazione del 200%, i cui titoli di Stato erano classificati dalle agenzie di rating come carta straccia e il peso argentino, moneta ufficiale, ritirato dal mercato dei cambi. Per meglio intenderci, per un euro occorrevano oltre 1.700 pesos e stipendi medi equivalenti a 600 euro mensili.
Oggi il salario medio reale è ancora circa il 5-8% sotto quello registrato nel dicembre 2023, anno dell’insediamento del nuovo presidente, ma è in crescita da 18 mesi consecutivi. Ed è proprio questo il dato citato dall’agenzia Standard & Poor’s come fattore di stabilità sociale.
Insomma, la ricetta liberal-liberista di tagliare le spese, contenere il debito statale, eliminare i rami secchi delle consorterie politiche e rilanciare l’economia finisce, nel medio periodo, per sostenere anche i salari. Inutile sottolineare l’entità del debito pubblico; meglio rilevare che il PIL comincia a crescere del 3-4% annuo.
Indubbiamente l’iniziale costo sociale ha dato voce ai socialisti e agli statalisti che ora tacciono, come sono soliti fare, mentre crolla la loro nuova icona spagnola, Pedro Sánchez, travolto dagli scandali del PSE.
Una ricognizione, per quanto sintetica, dell’attuale situazione dell’Argentina mette in evidenza che curare le cause dello statalismo è meglio che curarne i sintomi. Quel che invece si dovrebbe valutare è se un’analoga cura possa essere praticata in Italia, se esistano le condizioni e soprattutto un leader preparato e coraggioso in grado di affrontare gli iniziali sacrifici necessari a rimettere in bonis l’economia nazionale, nonostante gli strepiti demagogici delle opposizioni e dei sindacati che operano nel Belpaese.
In parole povere, la ricetta esiste e, laddove applicata, dà i suoi frutti nel giro di un lustro, ma occorre un medico capace di somministrare la cura al malato. Occorrono un ceto politico, un’opinione pubblica, una libera stampa autonoma dai partiti politici, istituzioni super partes che conferiscano poteri esercitabili dal primo ministro e dal Governo.
Si aggiunga a questa carenza interna i mille vincoli dell’Unione Europea a trazione di centrosinistra, una burocrazia pletorica, una sterminata quantità di leggi, norme e vincoli per gli Stati membri, l’unanimismo decisionale per le scelte, e il quadro è completo.
Va solo aggiunta l’immarcescibile propensione italiana, da sempre contraria al riformismo, alla venerazione di una Carta costituzionale ritenuta verità rivelata e, come tale, immodificabile nei suoi cardini ormai anacronistici.
Come uscirne? Innanzitutto confutando le menzogne sulla natura, i poteri e le prerogative dello Stato massimo, gli assunti denigratori sul dinamismo economico e sul libero mercato, sulla difesa delle libertà economiche e della proprietà, presupposti indispensabili per crescere e prosperare, sulla lotta ai monopoli e sull’uso della leva della spesa pubblica a debito crescente, messa in atto da tutti gli esecutivi a partire dagli anni ’60 del secolo scorso senza soluzione di continuità.
Dalle nostre parti non basterebbe un Milei: i miracoli sono affidati in gestione esclusiva ai Santi.
*già parlamentare
Sofia flauto











