Gli adoratori (delle ceneri) di Marx
di Vincenzo D’Anna*
Roma 9 giugno 2026 – È in libreria, edito da Liberlibri, casa editrice di nicchia liberale e quindi, more solito, introvabile altrove, come altri testi non omologabili alla cultura di sinistra, il pamphlet scritto da Claudio Velardi e Chicco Testa, “Siamo stati iscritti al Pci”.
Un epistolario tra due personalità di spicco della sinistra italiana che hanno profondamente revisionato la propria impostazione culturale e politica, approdando convinti sulle sponde di una visione modernamente liberale.
Gradevole da leggere e soprattutto interessante perché disvela particolari inediti dell’esperienza vissuta dai protagonisti nelle fila del Pci, oltre a narrare le segrete liturgie celebrate da quel partito-chiesa che contendeva alla Democrazia cristiana i maggiori suffragi elettorali nel corso della cosiddetta Prima Repubblica.
Gli autori spiegano come e perché, dopo aver militato in quel “movimento”, se ne siano allontanati ancor prima che la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’Urss decretassero la fine dell’esperienza storica, politica e fattuale del marxismo e quindi dell’ideologia comunista.
Già altre personalità di credo marxista, a loro volta, avevano dato vita a una revisione critica del proprio pensiero politico, come ad esempio Giuliano Ferrara, Ferdinando Adornato, Saverio Vertone, Lucio Colletti, fino a Fausto Bertinotti e Marco Rizzo.
Gente che, perlopiù, non aveva né rinnegato né rimpianto, ma aveva preso atto di quanto la realtà aveva loro mostrato, senza intestardirsi a camminare con la testa voltata all’indietro.
Per dirla con gli autori del libro, “la politica, come la vita, è incessante cambiamento, e non adorazione delle sue ceneri”.
Insomma, in estrema sintesi, la politica è l’arte del divenire, e lo è ancor di più in un mondo che cambia e si trasforma con una velocità e una vastità che non hanno precedenti nelle epoche storiche pregresse.
Occorrono quindi nuove idee, nuovi strumenti culturali e modelli socioeconomici per governare la complessità e la modernità del mondo.
Non a caso il più famoso degli psichiatri, Sigmund Freud, soleva dire che quando i fatti cambiano occorre cambiare idea.
Chiariamoci: non si tratta di celebrare la vittoria del capitalismo sul marxismo né quella del liberalismo sul socialismo; si tratta di adeguare gli strumenti della politica e i modelli che la compongono allorquando cambia ciò che la politica è chiamata a governare.
Non esiste al mondo un modello perfetto oppure immune da difetti, non fosse altro per il fatto che l’uomo stesso è un legno storto e che l’avvento del progresso tecnologico e di quello merceologico ha radicalmente cambiato gusti, esigenze e stili di vita, rendendo ancor più ampia la ricerca della felicità che ciascun individuo reclama.
E tuttavia, nel Belpaese, questa lezione stenta a farsi largo in una parte dell’opinione pubblica e in quel segmento del ceto politico che, pur definendosi progressista, si oppone a ogni ipotesi di riforma dell’esistente.
Gente come Fratoianni e Bonelli, Schlein e Conte recita sul proscenio politico nostrano una parte che affonda le radici in rivendicazioni anacronistiche, a cominciare dall’idolatria dello Stato onnipotente e onnipresente, pervasivo nella vita degli individui.
Siamo ancora alla concezione che lo Stato debba essere titolare delle libertà e concederle ai cittadini, che possa interferire nelle dinamiche economiche, possedere migliaia di aziende e rifonderne i debiti prodotti, a fronte di servizi scadenti incastonati in gestioni politico-clientelari, promotore indefesso di elargizioni ed assistenza perpetue verso i blocchi sociali ed elettorali di riferimento.
Il tutto ammantato sotto l’emblema giustificativo della giustizia sociale che F.A. von Hayek definiva come “l’etica della tribù”, ossia l’elargizione a un determinato segmento sociale di benefici pagati dai restanti cittadini nella veste di contribuenti che pagano le tasse.
D’altro canto, una cosa è giusta di per sé stessa, quando lo può essere, senza bisogno di altre aggettivazioni, e spesso il termine “giustizia sociale” altro non si rivela che un ossimoro.
Concetti ormai sdoganati e accettati in tutte le big society occidentali e finanche nei regimi a impronta politica ancora comunista come la Cina e la stessa Russia.
Eppure sembrano ancora presenti nel tessuto politico della sinistra nostrana le utopie marxiane, gli umori del ’68, allorquando gli studenti inneggiavano a Stalin e Mao Tse-tung, ribaltavano la scuola e contestavano i genitori, per poi finire ad essere schiavi di figli oltremodo viziati ed incolti.
Sono ancora molti gli adoratori delle ceneri di Marx, ancora numerosi coloro che vogliono colpire la ricchezza e la proprietà come emblemi non del risparmio sui redditi già pesantemente tassati, ma espressione di un’intollerabile ingiustizia sociale.
Che speranza potrà avere in futuro una società che confonde l’uguaglianza con la giustizia, che abolisce il merito e l’ammirazione per esso in nome di un egualitarismo frutto di rancore sociale?
Alzi la mano chi lo sa!!
*già parlamentare*











