Giustizia allo sbando, l’eccezione e la regola
di Vincenzo D’Anna*
Roma, 8 giugno 2026 – “Così termina la storia di un viaggio. Avete ascoltato e avete veduto ciò ch’è abituale, ciò che succede ogni giorno. Ma noi vi preghiamo: se pur sia consueto, trovatelo strano! Inspiegabile, pur se normale! Quello che è usuale vi possa sorprendere! Nella regola riconoscete l’abuso e, dove l’avete riconosciuto, procurate rimedio!”.
Così si conclude il bel racconto narrato da Bertolt Brecht, titolato “L’eccezione e la regola”, la storia di servi e di un padrone che affrontano un viaggio su strade solitarie e pericolose, in quanto infestate da banditi.

Un padrone descritto come avido e senza cuore che finisce per uccidere il servo, di cui diffida e del quale malamente interpreta un gesto di aiuto e di solidarietà, scambiandolo per un tentativo di rapina.
Il drammaturgo tedesco, convinto militante comunista, mette in luce come il gesto solidale del servo, nemico di classe del padrone, rappresenti un’eccezione e venga perciò frainteso dal padrone, che non si aspetta dal proletario un gesto solidale, ma una perenne avversione, un’ostilità di classe che rappresenta la regola nella contrapposizione tra sfruttato e sfruttatore.
Ed è esattamente questa la dinamica tra eccezione e regola che si può rilevare nello stato in cui versa la giustizia in Italia.
Per essere più chiari, la parte che fa eccezione nel corpo della magistratura, ossia quella che ha elevato la giurisdizione a strumento di lotta politica e interpreta le leggi per giungere a specifiche finalità sociali, ha sottomesso ed emarginato quella altra parte che le leggi le applica con sereno distacco e obiettività di giudizio.
Insomma, parafrasando Brecht, la regola soggiace all’abuso, di modo che la considerazione che l’opinione pubblica ha dei magistrati nel loro insieme è quella di una corporazione politicizzata e partigiana che non dà più affidamento di poter applicare la giustizia senza passioni e senza pregiudizi.
Credo che questo sia ormai il lascito che una parte dei togati ha consegnato a un’intera categoria, che ha forse irrimediabilmente perduto il maggiore dei suoi titoli di merito agli occhi della gente: quello dell’imparzialità di giudizio, di essere al servizio solo della legge.
Le scalmane e le feste che si sono celebrate nelle sedi dei tribunali dopo la vittoria del No al referendum hanno suggellato l’immagine di un ordine dello Stato che è diventato parte politica e che con quest’ultima compete per l’affermazione dei privilegi e delle prerogative di impunità di cui gode.
Magistrati che rivendicano indipendenza, ma che vogliono esercitare un potere irresponsabile, incontrollabile e inconferente, oggi ancor più di ieri.
Nel momento in cui una buona parte del cosiddetto popolo sovrano ha ritenuto di dover bocciare la separazione delle carriere per fare un dispetto al Governo oppure alla categoria dei politici, ancorché la cosa interessasse tutti, ossia garantire il giusto processo ai cittadini.
Evidentemente quelli che hanno bocciato il quesito referendario sono partiti dal fallace presupposto che essi stessi non avrebbero mai messo piede in un’aula di tribunale; altri ancora ritenendo che la separazione delle carriere indebolisse la magistratura, rendendo un favore ai malfattori.
Ed è quest’ultimo assunto il più mendace, perché così restando le cose non solo avremo minori garanzie e tutele per un equo giudizio, ma avremo sancito che la giustizia è intoccabile nel Belpaese e riformarla pressoché impossibile.
Peggio ancora: che la commistione implicita esistente tra chi accusa e chi giudica, in quanto appartenenti allo stesso ordine di categoria, possa essere ritenuta una salvaguardia per il potere giudiziario che in tal modo potrà meglio fronteggiare il crimine.
È questa la regola che manca, che diventa casualità ed eccezione per chi incorre nel tritacarne della mala giustizia.
Un popolo di stupidi o di ipocriti, quello italiano? Una domanda che trova un’eloquente risposta in un’indagine svolta dal giornalista Luca Abete per la trasmissione televisiva Striscia la Notizia, che ormai sembra essere il refugium peccatorum di coloro che non si fidano più di un sistema giudiziario che non garantisce né sicurezza né giustizia ai cittadini.
Questo il fatto: presso la Procura della Repubblica di Napoli giacciono ancora inevase ben 1.300 ordinanze di arresto disposte dai pubblici ministeri e non ancora esaminate e validate dai giudici per le indagini preliminari.
Si tratta di reati contro il patrimonio, contro la sicurezza sociale, di crimini di varia foggia e gravità.
E cosa fa il Governo? Assolutamente niente. Non assume magistrati, non rinforza il personale giudiziario, non adegua gli organici, non investe fondi.
Anzi, si perita di inventarsi “l’avviso di arresto”, un ulteriore preliminare per avvisare l’incolpato che la giustizia lo bracca, dandogli il tempo per fuggire e, in alcuni casi, per vendicarsi di chi lo abbia accusato e denunciato.
Insomma, la politica si vendica dei magistrati politicizzati depotenziando l’apparato giudiziario con l’inerzia e l’inoperosità.
E ci sarebbe da chiedersi perché l’ANM, la potente associazione dei magistrati, tanto attiva durante il referendum, non protesti con eguale veemenza.
In questa lotta sordida ed intestina, l’eccezione diventa la regola e la giustizia resta allo sbando coi suoi tempi biblici e le sue inefficienze.
Allora occorre ripetere: seppure normale, trovatelo strano e, se potete, ponete rimedio.
*già parlamentare*











